23 maggio 2010

Sono sul treno per Modena, quasi non speravo più di riuscire a prenderlo. Dovrei essere in teatro per le sette, e rischio di saltare le prove finali. Speriamo che vada tutto bene!
Come stai? Volevo ringraziarti per la notizia. Ti sto scrivendo prima di tutto per questo, e perché non riesco ad aspettare il viaggio di ritorno per esprimere le mie emozioni, anche se solo su carta. D’altronde, lo sai, non sono mai stato bravo a nascondere quel che provo. Faccio l’attore anche per questo.
Enrico dev’essere felicissimo. Son sicuro che sta saltellando di gioia, come quando ti ha chiesto di sposarlo. Non posso crederci…

So perché la voce ti tremava, al telefono. E non era solo l’emozione, o la stanchezza. So che avevi paura di ferirmi; lo so perché hai messo sempre avanti la felicità degli altri alla tua. Ricordo ancora le tue lacrime, tre anni fa, quando mi dicesti: “Ti prego, non odiarmi”. Io ero troppo perso nelle mie tenebre personali per poterti rispondere. Ma voglio farlo adesso, prima che tu possa chiedertelo di nuovo.
Io non potrò mai odiarti. Ti ho amato troppo per poter mai dimenticare il mio amore.

So che forse non dovrei scriverti queste cose. So che non dovrei permettermi di dirti nulla, o turbare la tua vita. Ma ho bisogno di dirti tutto prima che svanisca anche quest’ultima occasione.

Una volta il sole era alto sopra di noi, e sembrava non dovesse piovere mai. Ma non sei stata tu a portare le nuvole, sono stato io. Una volta mi bastava stringerti le mani per capire come stavi; mi bastava guardarti negli occhi per spegnere ogni dubbio. Eri le fondamenta stesse della mia esistenza… Ma son stato capace di distruggere tutto; di disperdere il tuo amore come sabbia al vento, e perdere il dono più prezioso per paura di lasciarlo sfuggire dalle mie mani.
Ti ho portata al limite; ti ho fatta soffrire solo per mettere alla prova il tuo amore. Ho iniziato a schivare i tuoi occhi per paura di perdere i miei. E infine avevo paura di guardarvi dentro e scoprire che tutto il tuo amore per me era naufragato in un mare di lacrime.
A novembre faceva così freddo che avrei voluto infilarmi il becco nel petto per nutrirti col mio sangue. La paura di perderti era riuscita infine a superare il mio vittimismo. Ma non basta un ragazzo a superare il freddo di certi inverni. E’ arrivata la neve, bianca, a coprire tutto. Nulla più respirava, tutto era silenzio. Io mi sentivo solo, e non mi rendevo conto di quanto lo fossi tu. Ero poco più di un’ombra sul tuo divano che cercava di parlarti per impedirti di dormire. Ci siamo ritrovati estranei seduti allo stesso tavolino, intrappolati dalle nostre abitudini quotidiane. Nulla aveva più il senso di prima, neanche i “ti amo” detti per riempire il silenzio o i baci dati sull’uscio. Nulla sembrava poter superare le protezioni in gommapiuma attorno alle nostre anime. C’eravamo già fatti così male da costruire delle difese immunitarie l’uno contro l’altro. Abbastanza resistenti da renderci sconosciuti e fintamente inconsapevoli.
Mi sono detto che non ti sono stato abbastanza vicino. Che avrei dovuto fare di più per te. Ma ogni volta che ci ho provato ho combinato solo casini; a quanto pare non sono capace di far star bene le persone. Per un periodo non ho fatto altro che appesantire il tuo cuore e ostacolare i tuoi passi; ti ho legato a me con catene pesanti come la mia anima, e forse, se non ti fossi liberata da sola, non sarei mai stato capace di sciogliere i legacci con cui ti obbligavo a restarmi vicino. Ero convinto che tu potessi essere felice solo con me; che io fossi la tua salvezza. Ma non facevo altro che nutrire il mio vittimismo con il tuo amore.

Dicevo che era colpa loro se non riuscivo a realizzarmi; era colpa loro se non riuscivo a restare in una compagnia per più di una stagione. E “loro” poteva essere chiunque. Tutto tranne me e te. Noi eravamo su un continente a parte. Noi venivamo da un altro pianeta. E nulla avrebbe dovuto toccarci.
E invece guardami ora! Il Banquo nel miglior Macbeth rappresentato in Italia. E tutto questo lo devo a te; alla tua fiducia incondizionata. E alla tua scelta di lasciarmi.
So che può sembrare il contrario (me ne rendo conto ora, rileggendo di sfuggita quello che ho scritto), ma non voglio appesantire il tuo cuore con le mie parole, anzi, l’intento era tutt’altro, e spero mi perdonerai se anche ora non riesco ad esprimerlo al meglio. Solo, ho bisogno di pensare a voce alta, e di farlo parlando a te; forse perché sei l’unica che potrebbe capirmi.

Giulia… io ti amo più di quanto il cielo possa sopportare. Ma so di aver stracciato il velo sottile che permette a due anime di essere legate su questa terra per più di un breve istante. E una volta tagliato quel legame tutto finisce; tutto scompare aldilà dell’orizzonte, sprofonda nelle ombre del crepuscolo e non riesce più a risorgere.
Io, ora, sono qui su questo treno, ormai quasi arrivato a destinazione, solo grazie a te e a quello che provo; solo grazie alla tua mancanza, che punge più di una spina, e mi spinge a pretendere dalla mia vita più di quanto abbia mai osato chiedere. E nulla potrà mai soddisfare questa brama d’infinito.
Volevo solo dirti grazie; grazie per tutto quello che hai fatto per me e che continui inconsapevolmente a fare. E scusami se ho divagato così tanto sul nostro passato; ma so che la felicità che proverai non potrà mai più essere oscurata dalla mia ombra. Volevo solo congratularmi con te e con Enrico, e farti i miei migliori auguri; son sicuro che sarà un bimbo bellissimo; avrà di certo i tuoi occhi.
Ma ora questa lettera è diventata qualcos’altro; si è trasformata tra le mie mani mentre cercavo ancora di domarla. Non so se la spedirò mai.

La pioggia punteggia il vetro del finestrino. Il treno sta rallentando. Tra un po’ sarò di scena. Per morire e rivivere ancora.
Addio, amore mio. Spero di ritrovarti aldilà di questo vetro opaco; prima che sia troppo tardi per cercare di dimostrare di esser mai stato vivo.

Addio, Giulia.

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Legami nascosti

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