L’incontro

L’avevo incontrato alla sua festa di compleanno. Non ero stato invitato direttamente, era stata una mia amica a portarmi lì, e da quel giorno l’ho sempre ringraziata, anche se lei non sa perché. Ci aveva presentato qualche giorno prima: giusto una stupida presentazione frettolosa in un bar, mentre io passavo di lì e loro erano sul punto di andar via.
Lui era lì dietro la sua torta, con ventitré candeline che brillavano illuminandogli il viso. La mia amica gli si lanciò addosso per salutarlo, mentre io la seguivo: il suo sorriso era incantevole, e già solo in quell’attimo mi aveva stregato.
Dopo aver spento le candeline riprese a bere e a ballare buffamente con gli altri amici seduti al suo tavolo. Io, non so come, forse trascinato dal mio batticuore, finii per ritrovarmi seduto al suo fianco. Gli sorrisi, mentre lui portava alla bocca il bicchiere; era estate, indossavamo tutti e due delle magliette aderenti a maniche corte; la sua mostrava egregiamente le forme del suo torace, e dal colletto spuntava il laccio di cuoio di un ciondolo che portava sempre al collo.
Rimasi lì in silenzio ad ascoltarlo, a seguire i suoi discorsi e le sue labbra, intrappolato dai suoi sorrisi. Ad un certo punto, non so perché, forse perché ero già troppo ubriaco per riuscire a controllarmi, lasciai scivolare la mia mano sul suo braccio sinistro e sul polso, fino ad incontrare le sue dita. La sua pelle era morbida e liscia, e di un pallore attraente e misterioso. I suoi capelli erano corti e neri come piume di corvo, ed il contrasto con la sua carnagione lo rendeva quasi enigmatico. Accortosi della mia carezza, si voltò verso di me: il mio sguardo si perse nei suoi occhi neri, profondi come pozzi d’infinito; mi mancò il respiro, sentii il mio petto sobbalzare.
Mi chiese come mi chiamassi, evidentemente non ricordandosi che ci eravamo già presentati, anche se in maniera fugace. Con un colpo di tosse, gli dissi il mio nome, mentre i suoi grandi occhi neri continuavano a brillare su di me. Mi strinse la mano tra le sue dita, sussurrandomi: “E’ un piacere conoscerti, Jean”. Poi le sue dita scivolarono lentamente lontano dalle mie, lasciandomi un fondo di tristezza.
Iniziammo a parlare, ignorando pian piano tutti gli altri. Parlammo di musica, delle nostre canzoni preferite, di cosa facevamo, di cosa sognavamo e di cosa avremmo voluto fare. Nonostante il suo dolcissimo sorriso, che sembrava abbandonare raramente il suo volto, ogni tanto nelle sue risposte sentivo un incredibile senso di malinconia e tristezza. Dopo un piccolo silenzio, mentre lui fissava il sorso di vino rimasto nel suo bicchiere, gli chiesi se era triste per qualche motivo. Lui sorrise di nuovo, un sorriso dolcissimo e insieme affranto: “Vorrei tanto che ci conoscessimo da così tanto tempo da darmi la forza di dirti tutto. Sai, ho tanto bisogno di avere una persona vicino, con cui poter parlare di tutto, a cui poter dire tutto, aprire il mio cuore e mettere a nudo la mia anima al cento per cento.”
Ricambiai il suo sorriso, avvicinandomi ancora di più a lui; con la mano destra accarezzai di nuovo il suo braccio e avvicinai il suo bicchiere alle labbra. “Anche a me piacerebbe avere una persona così al mio fianco…”, bevvi il suo ultimo sorso di vino. Poi di colpo mi prese l’imbarazzo e la timidezza. Aggiunsi: “Mi piacerebbe proprio… avere un grande amico vicino. O una ragazza…”
Lui annuì, indietreggiando un pochino. “Già. Un grande amico. O una ragazza.”
Abbassai lo sguardo, mentre ci allontanavamo, entrambi un po’ delusi. Lui si voltò a parlare con un paio di amici che stavano per andare via. Io, dopo circa due ore di totale isolamento, cercai con lo sguardo la mia amica: era in fondo alla sala, a parlare con altri due ragazzi. Il batticuore aumentò; bevvi un altro po’ di vino, prima di lanciare di nuovo lo sguardo verso di lui.
In quello stesso momento lui si voltò verso di me, puntandomi di nuovo addosso i suoi grandi occhi neri; io mi avvicinai, appoggiai la testa sulla sua spalla e chiusi gli occhi. Il mio respiro sul suo collo lo fece arrossire: riaprii gli occhi e vidi il suo sorriso imbarazzato. Poi mosse il braccio sinistro che ci divideva e lo usò per cingermi i fianchi e stringermi a sé; io sprofondai nel suo abbraccio, facendo scivolare le mie braccia sul suo torace e sulla schiena e stringendolo a mia volta. Rimanemmo così per un tempo indefinibile, io ad occhi chiusi e lui col capo chino sul mio volto, parlandoci a sussurri e sospiri; eravamo tutti e due un po’ brilli, con la testa annebbiata e il cuore che batteva forte.
Alla fine alzai lo sguardo e gli dissi che mi sentivo davvero bene con lui; e che se voleva potevo essere tutte e due le cose: un grande amico e la sua ragazza. Lui rimase per un po’ in silenzio a fissarmi negli occhi, mentre io mi sentivo morire. Poi si chinò e mi diede un bacio sulla fronte. Io, un po’ imbarazzato e al tempo stesso deluso, gli accarezzai una guancia e il collo con la punta delle dita. A quel punto, lui si chinò di nuovo e mi baciò sulle labbra.
Ricambiai il suo bacio, sprofondando ancora di più tra le sue braccia. E fregandomene di chiunque altro ci stesse guardando.

[3 agosto 2009 – da una prima versione del 22 ottobre 1995]

Legami nascosti

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.