Scena del balcone

La folla radunata sotto l’edificio a tre piani della Dissonanze Records stava cominciando a perdere interesse: il tipo con i capelli alla Robert Smith in piedi davanti alla ringhiera del balcone al secondo piano sembrava averci ripensato, essersi fatto prendere dal panico e aver quasi rinunciato a buttarsi.
In ogni caso, lo spettacolo sarebbe durato ancora poco: i vigili del fuoco stavano già facendo salire la scala, ed uno degli assistenti sociali era già corso su agli uffici della casa discografica per cercare di dissuadere il comico suicida in pigiama viola e maglia dei Joy Division dai suoi intenti; o forse, magari, di convincerlo a salutare la folla con un sorriso e provare un volo d’angelo sul tappeto tenuto dalla protezione civile qualche metro più sotto.
“Luca!”, esclamò la voce all’interno dell’ufficio. Il ragazzo chinò la testa a tre quarti, continuando a sfumacchiare la sua canna.
“Ola, Manuel! Che si dice?”, ribatté lui, con voce rauca e divertita.
“Ma come, che si dice? Che stai facendo?”
“Secondo te?”
“Ah, bravo, fai il buffone. Guarda, ci sta tutto il paese lì sotto. Hai fatto proprio un bel casino, sai?”
“Bah! Per quel che me ne frega. E poi lo sai che sono un esibizionista.”
“Ok, ok, bravo. Adesso basta, però, eh? Quest’anno è già la terza volta, hai quasi rotto i coglioni! Eppoi sei noioso, ripetitivo… anche a settembre ci avevi provato dal balcone di Laura. E mi sa che portavi pure gli stessi pantaloni!”
“Cazzo vuoi, mo’ mi devo pure cambiare d’abito quando tento il suicidio?”, borbottò. Poi, con uno sbotto di risata, “Ahahah! Ma ti ricordi la faccia di Laura?”
“Cristo, Lu… Quella n’altro po’ ci rimaneva secca. Altro che te che ti lanci, a quella gli stava venendo un infarto.”
“E’ perché si sente in colpa. Di che, poi… Non è mica colpa sua se non sono fatto per essere amato.”
“Ma dai, smettila, non dire cazzate e rientriamo.”
“No, no, è la verità. Te l’avevo detto pure a settembre. Toh, fatti una fumata…”
“C’è mia moglie?”
Luca si sporse di più verso la stradina sottostante, tenendosi con entrambe le mani alla ringhiera. La folla ebbe un sussulto, si sentì un “Oh!” generale, quasi fossero tutti in attesa del grande spettacolo.
“No, mi pare di no.”
“Vabbeh, dai, mo me lo faccio un tiro.”
“Ma ancora che ti fai rompere il cazzo da tua moglie, tu? Ma quando cambi?”
“Io?!”, rispose Manuel con tono incazzato. “Tu quando cambi! Guarda che non c’hai più diciott’anni, non va più di moda il dark. La devi finire con ‘ste scenate. Non fa più figo tentare il suicidio, sai?”
“Ah, no, però fa figo avere i capelli da scemo e finire in televisione. Mooolto meglio, vero?”
“Beh, sicuramente meno dannoso.”
“Ti dico una cosa: se un ragazzo su dieci di quelli che ‘fanno figo’ adesso, come dici tu, pensasse per almeno una volta al suicidio, questo mondo potrebbe davvero diventare migliore.”
Manuel tirò fuori una nuvola di fumo dal suo terzo tiro di canna. “Non lo credi davvero.”
“E invece sì.”
“Mmm…”, mugolò l’altro, ripassandogli la canna, “Sentiamo questa teoria, allora. Tanto abbiamo tempo, ho detto ai vigili del fuoco di aspettare che ti parlassi. Spiega un po’.”
“E’ semplice: io quando penso al suicidio vedo tutto in modo diverso. Di colpo tutte le cose belle, le cose felici della mia vita scompaiono. Anzi, no: si trasformano. Diventano puri accidenti, casualità fortuite, doni immeritati che Dio o il Destino o la Vita mi ha fatto. E a quel punto, quando vedi solo macerie attorno a te, nella tua vita, nei tuoi ricordi ti viene da pensare: ma io che ci sto a fare qui?”
“Ah, beh! E questo cosa avrebbe di positivo?”
“A quel punto…”, Luca si voltò di nuovo a guardare il suo vecchio amico. “A quel punto non hai più giustificazioni. Sei tu: sei tu che combatti contro te stesso; contro il fato, se vuoi. Contro tutto ciò che di peggio c’è nella tua vita. Quello che hai fatto e quello che devi ancora fare. Solo in quel momento capisci cosa è veramente importante; per cosa lottare. Solo in quel momento capisci quale senso puoi dare alla tua vita.”
Manuel rimase in silenzio. Lo stomaco era in subbuglio, cominciava a soffrire di vertigine, e voleva tornare a casa.
“Dai, Luca, andiamo adesso.”
“Ti ho detto di Sally?”
“Sally? No…”
“Sally è una ragazza che ho conosciuto un paio di mesi fa. Dolce, intelligente, pazza e avventata a volte; incredibilmente geniale e intuitiva. Riesce a scavarmi dentro. E’ come se vedesse tutto ciò che sono in trasparenza.”
“Davvero? Fantastico, finalmente…”
“Nessuno mi ha mai amato, Manuel”, lo interruppe il ragazzo aldilà del parapetto. “Nessuno. Né Laura, né tu… né nessun altro.”
“Ma cosa dici? Con Laura sei stato insieme per quattro anni…”
“Sì, ma lei stava con me solo perché aveva pietà di me. In realtà, ha sempre voluto lasciarmi.”
“Ma che stai dicendo?”
“Ho ricontrollato: ho visto i miei quaderni di allora, i miei diari. Già un mese dopo esserci messi insieme lei mi ha chiesto di lasciarla. E anche l’estate successiva. E anche un anno prima di lasciarci definitivamente. Ha sempre pensato di lasciarmi. Ma non poteva farlo perché aveva paura delle conseguenze. Ecco, che finissi proprio così, dove sono ora… E allora, gliel’ho voluta far provare veramente quella paura. Per questo a settembre ero sul suo balcone: per farle vedere in faccia la sua paura, e farle capire che non aveva alcun significato. E’ stato un po’ crudele, però…”
“Un po’ crudele?! Luca, è semplicemente assurdo! E inutile. A cosa ti è servito?”
“Non possiamo barattare la nostra felicità perché proviamo pietà verso qualcun altro!”, esclamò l’altro. “E’ questo quello che Laura doveva capire… E anche tu dovresti capirlo.”
“Io? Io dovrei capirlo? No, invece, non lo capisco affatto! Siamo amici da almeno quindici anni io e te. Mi spieghi che cavolo di dimostrazione vuoi di più? Ti sono sempre stato vicino…”
“Ecco, appunto. TU mi sei sempre stato vicino. Mi hai sempre aiutato. Sei stato come un fratello per me. Io, invece, cosa ho fatto? Cosa ho fatto di buono per te, per dimostrarti la mia amicizia? Ti ho rubato la ragazza. Ti ho lasciato a Monza ubriaco che non sapevi neanche dove andare a dormire. Ti ho preso in giro quando sei andato a convivere con Monica… e poi ti ho sempre trascinato nei miei casini. Come se tu dovessi riparare ai danni che facevo nella mia vita. No, Manuel: io non ho bisogno di dimostrazioni della tua amicizia. Io ho bisogno di dimostrazioni della MIA amicizia. Della mia capacità di amare, di avere un peso nella vita di qualcuno; di poter meritare tutta la felicità e l’amore che ricevo.”
“Ma tu la meriti…”
“No, io non merito niente. Io non valgo niente. Io…”, finì la canna e gettò il mozzicone di sotto, mentre la folla lo osservava con disprezzo.
“Lo sai cosa mi ha detto Sally?”
Manuel si avvicinò lentamente alla ringhiera, cercando di non farsi notare. Forse, se riesco a prenderlo sotto le spalle, pensò, riesco a tirarlo dentro. Una strana angoscia stava prendendo possesso di lui; non era mai successo prima. Forse, stavolta… forse…
“Cosa? Cosa ti ha detto Sally?”, rispose, con un po’ di ritardo. Nella speranza che, facendolo parlare, si distraesse.
“Sally ha detto che non mi capisce. Che non riesce… a vedermi. Anzi, per usare le sue parole: che non trova niente di amabile in me; e che per lei sono… com’è che ha detto? Ah, sì: un guscio vuoto di situazioni e rimorsi. Bello, eh? Nessuno mi aveva mai descritto così bene.”
“Ma smettila, scemo! Quella stronza non capisce un cazzo, perché le dai retta?”
“E invece no, ti sbagli, Manuel. Quella stronza mi ha guardato attraverso. Quella stronza mi ha guardato in controluce e ha visto benissimo cosa c’è in me: niente! Io non ho anima, Manuel.”
“Senti, adesso piantala, Luca. Il gioco è finito! E’ ora di rientrare, lì fuori c’è già anche il sindaco che si sta facendo una marea di risate…”
“Lei ha visto benissimo. Ha visto benissimo, e adesso è tutto chiaro, si spiega tutto. Ecco perché non mi sentivo mai bene con nessuno, non riuscivo a godere dei momenti felici, a ricambiare l’amore, ad essere amato veramente. Perché io non ho un’anima. Chi non ha un’anima non può essere amato; non puoi vederlo, non puoi capirlo, non puoi trovarlo.”
“Luca, smettila! Basta, adesso, torna in te!”
“Io SONO in me”, mormorò Luca, distendendo le braccia e protendendo il corpo verso l’esterno.
“Luca, smettila! Se lo fai.. se lo fai sei uno stronzo!”, gridò Manuel, ormai in lacrime.
Luca voltò lo sguardo indietro per un’ultima volta. “No… Io non sono nessuno”.
Le mani lasciarono la ringhiera, il corpo del ragazzo sfuggì alla presa dell’altro alle sue spalle ed iniziò a precipitare giù, giù…
Manuel gridò qualcosa di incomprensibile lanciandosi contro la ringhiera, come se volesse gettarsi anche lui nel tentativo estremo di riprenderlo. Sotto di lui, Luca rideva a crepapelle mentre rimbalzava sul tappeto steso dalla protezione civile solo qualche minuto prima. Manuel rimase ghiacciato nella sua posizione, con gli occhi spalancati, mentre l’amico veniva preso da uno dei vigili del fuoco. “Ti voglio bene, fratello!”, gridò. Poi scomparve dietro il portello dell’ambulanza, mentre la folla ormai soddisfatta iniziava a disperdersi.

[2 luglio 2009, 5:10 pm]

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