Buongiorno, amore

La nebbia copriva silenziosamente i tetti spioventi di Amsterdam, tagliata dal grigio cenere dei grattacieli che sporgevano qua e là dalle coltri della notte ormai giunta al termine. Il crepuscolo saliva lentamente dal fondo dei canali e spuntava da dietro la cattedrale, come fosse in agguato, pronto a rincorrere l’alba.
Lo sguardo di Alessandro era perso in quello spettacolo ovattato e muto, che osservava dalla grande vetrata nell’area giorno del bilocale in cui si era accampato negli ultimi mesi, con il suo mug di caffè americano nella destra e la sigaretta di Old Olbourne rullata male nella sinistra.
Giulia stava ancora dormendo: riusciva a vedere il suo profilo in parte coperto dai lunghi capelli castani attraverso l’apertura che dava sulla camera da letto, ancora immersa nei sogni e con una gamba nuda che spuntava da sotto il piumone. Sapeva che doveva andare via; non poteva più continuare a rimanere lì. Sentiva che la situazione stava peggiorando, e presto non sarebbe più riuscito a trattenersi.
I litigi degli ultimi giorni sembravano continuare a punzecchiarlo, a dirgli che era il momento di agire, di tagliare con il silenzio ed intervenire per chiudere quella relazione claustrofobica e incomprensibile, che lo torturava fin da quando era iniziata – ed ora che era lì, sotto i suoi occhi, ad Amsterdam, le sofferenze si erano amplificate. Non solo: sentiva sempre più forte la necessità di confessarle i suoi veri sentimenti; di fregarsene di tutto, del passato o del futuro, o di chi avrebbe sofferto, e di pretendere finalmente la propria felicità.
Ma sapeva bene che la sua felicità non sarebbe stata quella di lei: era finito quel momento; forse non sarebbe tornato più.
Negli ultimi giorni Amsterdam era diventata tremendamente piccola: correva giù lungo il Singel con la sua bici comprata dai tossici a Nieuwmarkt, e appena tornato nel suo bilocale in prestito la cercava con lo sguardo.
Ripensò a quello che lei disse quando andò a prenderla all’aeroporto: aveva notato il suo disappunto, come se lei avesse in qualche modo rovinato il suo quadro perfetto ad Amsterdam. Sull’autobus per la stazione, mentre compravano il biglietto dall’autista, lei gli aveva mormorato, per non farsi sentire da altri: “Io sono venuta qui per te. Perché mi manchi.”
Le sue parole non facevano che accrescere il suo senso di colpa. Come poteva dirgli cosa provava ora? Come avrebbe potuto confessarle tutto?
Più volte, durante quei litigi di coppia così furiosi e ridicoli degli ultimi giorni, aveva creduto che lei sospettasse: che lei fosse venuta lì apposta, in quella cornice così lontana da casa, per chiudere quella relazione ed aprire una nuova pagina della sua vita.
Questo, d’altronde, era il motivo per cui lui si era trasferito ad Amsterdam, ospite di un amico portoghese che conosceva anche poco e che, nell’ultimo periodo, gli aveva lasciato casa in custodia e non si era fatto più vivo.
Si guardò attorno, poggiando la tazza di caffè su un basso tavolino di legno alla sua destra: la sua valigia era lì, pronta ad esser tirata su e lanciata nella stiva di un aereo. Gli sembrava così strano che tutta la sua vita degli ultimi sei mesi fosse potuta entrare così facilmente lì dentro. Ma in realtà non c’era molto da stupirsi: non aveva mai avuto la reale intenzione di rimanere lì; nonostante fossero sei mesi che era fermo in quella città, si sentiva ancora in fuga.
Però ora era stato raggiunto, e sapeva che non sarebbe potuto tornare indietro. Stavolta, nonostante quanto questo lo spaventasse, doveva abbandonarla.
Ricontrollò la prenotazione dell’aereo: in meno di due ore avrebbe tagliato quella foschia grigio cenere e si sarebbe lasciato quella storia alle spalle – forse solo per due ore, forse solo fino al momento dell’atterraggio. Spense la cicca di tabacco dentro il fondo del caffè, scuotendo la testa. “No, devo andare, devo andare”, si ripeté, cercando di scrollarsi via di dosso gli ultimi dubbi.
Prese la valigia, controllò di nuovo di non aver lasciato niente e si accorse del libro sul tavolino che aveva continuato a leggere fino a poco prima, in quella lunga notte insonne. Lo soppesò sulla sinistra, poggiando poi il pollice sul tagliò nel tentativo di aprirlo all’ultima pagina letta. Era già arrivato al punto in cui Hans Schnier è convinto di aver visto un bambino in strada? Chissà quante volte aveva riletto quel libro; lo aveva accompagnato in così tanti viaggi.
Per un attimo ebbe un sussulto al cuore. Lanciò uno sguardo verso la camera da letto: Giulia stava ancora dormendo, ma si era rigirata nel sonno, ed ora si stava dolcemente riaccoccolando tra le coperte. Alessandro la osservò per qualche istante, ancora col batticuore. Sapeva che forse quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avrebbe vista; e non poteva neanche vedere il suo viso!
Chinò la testa e chiuse gli occhi, cercando di raccogliere le sue ultime forze. Poi ebbe una specie di ripensamento: prese una penna dalla piccola scrivania nell’angolo, strappò l’ultima pagina bianca in fondo al libro e iniziò a scriverci sopra. Chiuse il biglietto in quattro e lo infilò dentro la scatola del tè di Giulia, riponendola poi nella dispensa.
Lì, in quel momento, con le spalle verso la dispensa e lo sguardo rivolto verso l’apertura oltre la quale dormiva Giulia, sentì di aver messo tutta la propria vita nelle mani del destino. Prima che le lacrime si affollassero nei suoi occhi, sussurrò solo “Addio, Giulia”. Poi prese la sua valigia e corse via, lasciando dietro il suo libro.
Mezz’ora più tardi, appena dopo l’alba, il ragazzo di Giulia si alzò dal letto per andare in bagno. Prima di tornare in camera, si avvicinò all’angolo cottura per preparare la colazione per lui e la ragazza. Aprì la scatola del tè, trovandovi dentro il biglietto lasciato da Alessandro. Diceva: “Addio, Giulia. Ti ho amato e ti amerò sempre con tutto il mio cuore. Ma so che questo amore può solo farti soffrire. E non voglio più intralciare la tua vita ed impedirti di essere felice. Addio.”
Il ragazzo di Giulia, con gli occhi ancora assonnati, guardò l’ora dalla sveglietta poggiata sopra il frigorifero e si rese conto di quanto fosse presto. Allora ripose la scatola da tè nella dispensa, accartocciò il biglietto e lo gettò nella pattumiera.
Tornato in camera da letto, vide che Giulia aveva aperto gli occhi e lo guardava con un sorriso dolcissimo. Lui ricambiò il suo sorriso come d’abitudine, dicendo solo: “Buongiorno, amore.”

Legami nascosti

Un segreto svelato su “Buongiorno, amore

  1. vertigine on

    un episodio, una vita poetica e terribile… una cosa che potrebbe accadere a me 100 volte… non lascerò mai un biglietto in una scatola del tè di nessuno che ho amato, che amo… sento molto vicino quello che scrivi, ma forse ci assomigliano un po’ tutti… i miei due amici sanno chi è l’elfo poeta, ti si addice.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.