L’itinerario del cavallo

Per piccoli passi, i singoli movimenti che attraversano il nostro corpo nel viaggio tra l’ingresso della stanza e la luce del mattino che sorge aldilà dell’architrave. La bambina aveva sette o otto anni, continuava a contarsi le dita, e la sua voce squillante tagliava il brusio dell’autobus dell’una. “Non hai indovinato!”, cantilenò alla ragazza seduta su uno dei sedili a gruppi di quattro sul fondo, come a prenderla in giro. “Hai solo un’altra possibilità-aaa!”, concluse, intonando in due sillabe la vocale finale.

Lei aveva i capelli rossi come legno di ciliegio laccato, gli occhi verdi di bosco, di un bosco in cui la gioia di perdersi è grande quanto il terrore di non uscirne più. Studiava paleografia per conto proprio, frequentando di nascosto i corsi all’università, perché non aveva i soldi per iscriversi. Le unghie delle dita erano cortissime, poco curate; sul polso ancora la cicatrice di quando provò a suicidarsi dopo lo stupro nella vecchia roulotte della madre.

Ora i suoi occhi non guardano più in quella direzione.

Il pianoforte Baldwin a mezzacoda scivola sul pavimento ancora saponato della sala dell’associazione di scacchi. Il vecchio contrabbassista di una brass band ormai decaduta imita la scena di “Novecento”, facendo danzare pericolosamente il costoso pianoforte vicino alle cristalliere e alle credenze di legno laccato di nero brillante.

Nel parco, giocano a scacchi la Vita e Monsieur Peut-Être: stanno scommettendo su chi uscirà prima dal riquadro della scena per perdersi nella folla e cominciare un gioco nuovo. Ma noi siamo qui: siamo proprio qui, tra la scacchiera di pietra nel parco e il pianoforte che danza, la bambina che gioca agli indovinelli sull’autobus e la ragazza con cui gioca che gioca a cercare se stessa. Noi siamo qui: persi nella contemplazione di questo movimento, tra le mani che si alzano e stringono una cinghia di cuoio, mentre l’autobus frena di colpo, la bambina cade sulle sue ginocchia, il pianoforte dà un colpo al tavolino con la scacchiera e fa cadere uno dei cavalli, e le foglie nel parco volteggiano attorno ai due giocatori, come a voler chiedere una tregua.

La madre osserva la bimba rialzarsi imperterrita, guardarla con sguardo colpevole, mentre lei si trattiene ancora un po’ dall’abbracciarla. “Perché non ho un papà?”, le aveva chiesto solo due giorni prima. Ora stavano andando a trovarlo: nel cimitero dei soldati morti in Afghanistan per una missione di pace. E’ il giorno del suo compleanno: oggi gli portiamo dei fiori per dirgli che lo ricordiamo ancora.

Nessuno potrà mai amarti così tanto, le sussurrava mentre lei era già addormentata. Il vecchio pianoforte a parete non veniva più accordato ormai da secoli: non riusciva più a suonarlo, perché ogni tasto stonato le faceva venire da piangere. “Non lasciarmi, non andare”. Ma quando il tuo cuore decide che è tempo di andar via, non ha senso neanche provare a parlarne. Lo sapeva bene.

Lo sapeva bene il vecchio contrabbassista: nessun regalo tardivo poteva riportare la figlia a casa. Nessuna promessa di nuovi concerti in giro per il mondo. Lei e la sua bambina, la sua bambina e la bambina della sua bambina, erano ormai andate via, a vivere con quel piccolo soldato dal cuore di piombo, e non sarebbero tornate più indietro. Perché quando il tuo cuore decide, non ha senso neanche provare a discutere.

L’ultima diapositiva della lezione di quel giorno riproduceva una lettera autografa di inizio Ottocento: era stata scritta da un suonatore di fisarmonica, partito in guerra in tempo di pace, senza speranza di tornare a casa per la festa della Domenica, né per la Pasqua, né per nessuno dei Natali futuri, che si rammaricava di aver lasciato la moglie a casa. La sua consapevolezza del momento trapelava in ogni traccia di inchiostro vergata con cura, nonostante i tratti veloci e tirati, sul foglio di carta da spartito che aveva usato per la sua ultima lettera. Perché avesse usato quel foglio già segnato di pentagrammi, questo si chiedeva la ragazza con la cicatrice sul polso, forse perché continuava a suonare in trincea, anche se non riusciva ad immaginarlo con uno strumento ingombrante come la fisarmonica, ad accompagnare il buio notturno del fronte, o forse per il motivo opposto, perché ormai quella carta era diventata inutile e inutilizzabile, o perché in principio voleva in realtà scriverle una fuga, o un madrigale. O forse, semplicemente, non aveva null’altro su cui scrivere le sue note: di lasciargli l’illusione che l’amasse ancora ad accompagnarlo verso la morte, di dimenticarsi di lui ancor più in fretta di quanto potesse esser già capace, e di lasciare che il vecchio contrabbassista figlio di contrabbassisti la sposasse. E mentre il pianoforte continuava a danzare nella sala dell’associazione di scacchi, il vecchio contrabbassista suonava il madrigale del bisnonno che non aveva mai messo incinta la sua bisnonna, ma che era morto lontano in guerra, in tempo di pace, prima che tutto questo avvenisse.

Intanto la Vita e Monsieur Peut-Être continuano la loro partita nel parco. E le foglie cadono giù come massi, al cadere ineluttabile degli scacchi.

 

Legami nascosti

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