Prigioni di carta

22 novembre

Serata da dimenticare. Al pub con Sara e Alice, come se fossimo sempre state lì. Marco non si degna neanche di far finta di capirmi. Il gatto nero, in quel vicolo, mi fissava come se fosse tutta colpa mia. Mi sentivo male da morire. Mai più; mai più fidarsi di questa roba. Fanculo i poeti maledetti, fanculo il finto dandysmo del terzo millennio. Mi sento esplodere la testa.

Casaubon ripete ancora una volta il suo classico refrain: l’innamoramento è figlio del mistero. Sento solo girar tutto. Devo ricordarmi di quello che ha fatto Sara ieri per me. Basta tradimenti, ora, basta vendette. Qui fuori è già dura se sei ancorato a qualcuno, figurarsi da soli; a farsi divorare dalle onde.

29 novembre

Non avrei mai pensato che fosse così. Oggi Casaubon si è presentato in una veste totalmente nuova. L’ho avvicinato, a fine lezione, per chiedergli dei chiarimenti. Ha risposto tenendo la testa china – non so, per timidezza, forse, o semplicemente perché non voleva darmi importanza. Vecchie abitudini, ha bofonchiato. Qualcosa che ero solito fare, un tempo.

Caleb Isaac Casaubon… sicuramente un professore fuori dall’ordinario. Da vicino sembra molto meno vecchio di quanto i suoi capelli bianchi facciano pensare. Quanti anni avrà? Ha letto degli stupendi versi di Eluard, e poi Rilke, e poi Corazzini. C’è qualcosa in lui che non quadra. Ma non riesco a capire cosa. Certo non succede tutti i giorni, credo: una lezione di Teoria della critica sostituita da un reading poetico… così postmoderno che pensi di aver sbagliato aula; o facoltà; o edificio.

13 dicembre

L’innamoramento è figlio del mistero. L’odio è il frutto amaro della conoscenza. Vorrei capire perché. E’ strano, in quest’ultimo periodo penso spesso a Casaubon, non riesco a capire cosa mi attiri in lui, cosa mi turbi. La mia vita sembra essersi fatta a brandelli: Marco è scomparso, e fino a poco fa ero convinta che fosse un bene; non riesco più a riconoscere il mio letto; mi sento spaesata, come se ogni mattina mi svegliassi in un appartamento nuovo. Non posso tornare a Graz, non posso, non posso proprio. Ogni passo indietro mi sembra una sconfitta. Vorrei lasciar scorrere via tutto. Se potessi, mi legherei a questo letto e lascerei passare via i mesi. Alla fine sembra tutta una continua rincorsa alle scadenze.

Il corso è finito proprio oggi. Non so se ho capito veramente quello che avrei voluto capire. Ho cercato Casaubon nel suo ufficio: non c’era. Forse è un bene. Ho scoperto che è del ’71. Pranza sempre da solo. E’ qui da pochi anni. E sulla sua scrivania non c’è neanche una foto.

18 gennaio

Questa cosa è assurda, tanto che devo scriverla. Ha uno pseudonimo! Perché poi? Si fa chiamare Noam Arp. Che significherà? Sarei tanto curiosa di presentarmi da lui e chiedergli di getto: “perché si firma Noam Arp quando scrive?”. Ma so che alla fine non avrò il coraggio di farlo. Forse per paura di rompere l’incantesimo…

21 gennaio

Internet è capace di ricostruire la storia di chiunque, anche di chi cerca di sotterrare il proprio passato. Casaubon è stato per tre anni ad insegnare a Innsbruck prima di venire qui; ha conseguito il dottorato a Zurigo, la laurea a Torino. A Zurigo collaborava con un’altra ricercatrice, progetti sulle lingue, non ho capito bene cosa. Poi da lì sembra aver chiuso tutto, essersi lasciato terreno bruciato alle spalle. Rimane solo una foto in versione miniatura sul sito del dipartimento di Filologia e Civiltà Classiche dell’Università di Zurigo: il suo sguardo sembra così diverso da quello di adesso; più fiero, altezzoso; quasi felice.

1 febbraio

Il libro è finalmente arrivato. Vedere il nome “Noam Arp” stampato sulla copertina mi sorprende ancora. Non ci sono foto, né indicazioni biografiche; è un’edizione piuttosto scarna, bruttina, si potrebbe dire anche scadente. L’autore non dice niente di sé, parlano solo i versi; che ha raccolto non si sa bene come – né vi sono prefazioni o postfazioni di curatori o mentori che possano in qualche modo mediare il testo. E’ come se il libro fosse un mero taccuino personale. Un taccuino su cui l’autore non ha voluto neanche apporre il proprio vero nome.

Però io so che è lui. E’ lui: queste sono le poesie di Caleb Isaac Casaubon.

23 febbraio, sei del mattino

Oggi è l’ultima occasione. Devo fermarlo, almeno un istante, e chiederglielo. Non ho dormito bene stanotte. Incubi di versi, treni deragliati, navi che affondano, ali di carta che bruciano… Vorrei capire. Forse perché ho la speranza che capendo meglio lui possa capire meglio cosa sta succedendo a me. Tutto sta cambiando troppo in fretta. Ho paura a guardarmi allo specchio. Devo uscire.

23 febbraio, pomeriggio

L’ho fatto: prima di riprendere il libretto, ho poggiato sulla sua scrivania il libro di poesie firmato “Noam Arp”. Lui ha alzato lo sguardo, per la prima volta. Sentivo il cuore battere troppo forte; “che scema!”, mi sono detta. Ma non potevo evitarlo. Mi ha fissato per qualche secondo, e io non sapevo come interpretare quello sguardo: avevo uno stupido sorriso in faccia, forse per l’emozione, o l’imbarazzo, convinta che lui si sarebbe sciolto, si sarebbe messo a ridere e mi avrebbe cominciato a raccontare la storia di quel libro; in fondo ogni scrittore è narcisista, e ama fin troppo parlare di se stesso. Sarebbe iniziata così, e da quel momento in poi mi avrebbe trattato quasi come una confidente, magari rivelandomi che avrebbe a breve pubblicato un altro libro, o chissà, che quelle poesie le aveva scritte in gioventù, ma che ora ne aveva altre che trovava più valide…

Invece il suo sguardo era quasi indescrivibile: sembrava quasi velato di odio, o di paura, con un fondo di sorpresa che sembrava spiazzarlo e renderlo vulnerabile; ma su tutto dominava la tristezza. Per un attimo mi sembrò come se volesse mettersi a piangere. Presto tutto svanì: prese il libricino, lo aprì ad una determinata pagina, osservò la copertina, i fogli di guardia ingialliti, poi me lo porse con lo sguardo basso. “Non dovrebbe perder tempo a leggere letteratura di poco conto”, disse. Nient’altro.

23 aprile, circa mezzanotte

Abbiamo trovato Casaubon sotto casa di Alice. Non avrei mai creduto di poterlo vedere così. Era totalmente ubriaco, sembrava fuori di sé, farfugliava cose incomprensibili. Continuava a battere i pugni contro il portone di una vecchia casa abbandonata. “Lì non ci abita più nessuno da almeno una decina d’anni”, aveva detto la vicina di Alice. Ma poi, affacciandosi, aveva fatto uno strano cenno d’assenso, mentre la faccia s’incupiva. “Lei lo conosce?”, le aveva chiesto Alice. “Sì, lo conosco. Viene qui praticamente tutti gli anni. E fa sempre la stessa scenata”.

Lo abbiamo portato qui, Sara mi ha aiutato a sistemarlo sul divano. Dormirà qui, stanotte. Ho paura di cosa succederà domattina; l’imbarazzo, innanzitutto, di dover fare colazione con un uomo che ha rappresentato un modello, per me, in questi mesi, e che ora sembra un cigno con le ali spezzate, invischiato nella pece.

Mentre lo coprivo con una coperta ho sentito che sussurrava qualcosa sull’amore. Ma non sono riuscito a capirlo. Forse era una delle sue solite frasi ad effetto; o forse uno dei suoi versi.

23 aprile, otto del mattino

Casaubon è già andato via. Deve aver letto queste pagine. Credo sia l’unica spiegazione. Ha lasciato solo un biglietto. C’è scritto:

Ho detto: “Amore, dov’è la tua valigia?”. Lei rispose solo che non c’era. Ero solo io che dovevo partire. Non l’avevo mai capito. Non posso darti altre risposte.

[vai alla seconda parte]

Frammenti di senso

nascondigli, percorsi diversi