Prigioni di carta (2)

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9 maggio

Stamattina è stato come se mi svegliassi due volte. “Devo aver sognato”, ho pensato a un certo punto.

Casaubon si è presentato alle otto a casa mia. Evidentemente non era così ubriaco l’altra volta da non ricordare dove abitassi – o almeno non quando se n’è andato. Fuori pioveva, come al solito non aveva né ombrello né cappello. I suoi capelli, ormai troppo lunghi per stargli bene, gli cadevano giù pesanti. Aveva un’espressione strana. Ma sembrava non notare la mia, di espressione, e il mio imbarazzo per aver aperto praticamente in mutande.

“Cosa penserebbe di me se le chiedessi di uscire per prendere un caffè insieme?”. Prima che riuscisse a finire la frase, io ero già mezza congelata. L’ho invitato a salire, aspettare che mi preparassi. E intanto che lui rimaneva lì a gocciolare in salotto, e io cercavo di vestirmi in fretta con le prime cose decenti che avevo ancora pulite nell’armadio, mi chiedevo che diavolo avesse da venire addirittura a casa mia alle otto del mattino.

“Eccomi, possiamo andare”. Ma prima di finire a legarmi i capelli con un elastico, mi accorgo che non c’è più. E’ andato via prima che potessi tornare in salotto, senza neanche salutare; “ho sognato tutto?”, mi sono chiesta.

Si torna a letto. Non è decisamente l’ora di affrontare le complesse dinamiche psicologiche di professori lunatici.

10 maggio

Casaubon continua a fare finta di niente. La cosa comincia a darmi sui nervi. Non che pretendessi di diventare la sua confidente; ma c’è qualcosa di irritante nel suo tentativo spasmodico di rimanere impassibile, di cercare un distacco totale dalla sua vita reale (e dalle sue paranoie) quando è in aula. Cosa voleva da me ieri? Sembra solo. E triste. Vorrei non fosse come penso.

12 maggio

Attacco acuto di sindrome da crocerossina. Un classico. Lo vedo che cerca di aprire la portiera della macchina, nel parcheggio dietro l’università. Ha qualche problema, sembra indeciso su dove lasciare la cartella con i suoi appunti. Grande dilemma. Apre la portiera dietro, quella avanti, si gira. Io rimango lì a fissarlo. Finché si getta in ginocchio coprendosi il volto con un braccio. Non ci credo, mi dico. Non può essere così fragile.

“Tutto bene?”. Quando mi vede a due passi da lui fa uno scatto, spaventato. Con un colpo di tosse e dandomi le spalle cerca di allontanarmi; getta la cartella sul sedile posteriore. Guarda le sue chiavi.

“Guardi che non le sto chiedendo di raccontarmi la sua vita”, gli dico.

E lui sa solo balbettare: “Io… non dovrei essere qui”.

Sorrido. “Forse neanch’io… Allora, lo prendiamo questo caffè?”

In un bar, ben lontano da dove eravamo; lui comincia a tornare una persona normale. Non mi spiega nulla, non mi dice perché ha quello sguardo; ma sento che va già meglio; che in qualche modo ho fatto bene ad essere lì, in quel momento.

“Noi non dovremmo essere qui… lo sai, vero?”, mi dice.

“Perché?”

“Io, soprattutto…”

“Guardi che l’esame l’ho già fatto. Non le sto offrendo certo il caffè per avere un voto alto… anche perché, più alto di quello che ho avuto…”; cerco di gettarla sull’ironico. Non sembra accogliere.

Guarda fuori dalla vetrina, mi dice. Cosa vedi? Comincia uno dei suoi viaggi mentali, di quelli che ho letto con tanto piacere; e di colpo vedo sul suo volto, finalmente, il personaggio che aveva sempre tenuto nascosto, in questi mesi. Sì, eccolo: è Noam Arp. Poi, di colpo torna ad essere Casaubon. “Adesso, immagini cosa vedrebbe qualcuno, se dovesse vederci da lì fuori.”

“Cosa intende?”

“Intendo che quel qualcuno vedrebbe solo un vecchio scrittore fallito che si mette in ridicolo, cercando di attirare l’attenzione di una ragazza con la metà dei suoi anni, che tra l’altro è una sua studentessa. In una storia così, certo io non ne esco fuori con dignità”.

Stavo per esplodere. “E invece, il mio… personaggio, se si può chiamare così, come ne esce?”. Mi mordo le labbra per evitare di imprecare.

“Oh, non così male come me. Alla fine, ce ne sono tante di storie di ragazze che si innamorano di un loro insegnante…”

Ma con che arroganza, mi chiedo! E alla fine esplodo. ”Beh, se la può tenere, la sua dignità del cavolo! Ma chi le ha chiesto niente? Guardi che solo perché apprezzo quello che scrive, o per il fatto che ho avuto pena di un poveraccio che non riesce neanche ad aspettare di entrare in auto per deprimersi per la sua patetica vita, non vuol dire che non vedo l’ora di venire a letto con lei! Ah, e se ci tiene così tanto, alla sua ‘dignità’, se sa ancora che significa, allora farebbe meglio a non farsi raccogliere per strada ubriaco alle tre di notte. Da una sua studentessa, tra l’altro!”, e sbeffeggio il suo tono di prima, mentre mi alzo ed esco dal locale.

Però sentivo che qualcosa non quadrava. Che c’era qualcosa che era andato storto. Ma perché non riesce a dire quello che pensa?

13 maggio

Ancora più confusa di prima. Adesso mi sorride, cerca di incontrare il mio sguardo. Come se volesse farsi perdonare. Rischia di diventare patetico. Forse non aveva poi così torto. Sembra un uomo di mezza età che insegue una ragazzina che ha mostrato un po’ di interesse nei suoi confronti. No, è ridicolo… La settimana prossima parteciperà ad una lettura, all’Officina. Non credo che andrò. Devo chiarirmi le idee.

15 maggio

Immagina di prendere le scene di un film, rimontarle, cambiare la colonna sonora, e tirar fuori una storia totalmente diversa.

Casaubon si presenta a casa mia alle otto del mattino. Come l’altra volta; eppure è tutto diverso. Ha uno strano sorriso; soprattutto quando nota il mio abbigliamento (quello non era cambiato). “Oh, scusa! E’ troppo presto, vero?”. Cerco di farfugliare qualcosa, per superare l’imbarazzo. “Non dovrei essere qui, vero?”

Sorrido, nascondendomi dietro la porta. “Forse neanch’io… allora, posso offrirti un caffè?”

“No, non posso permettertelo. Sono sempre un tuo professore!”. Poi mi guarda dritto negli occhi, serio. “Stavolta non me ne vado. Promesso”.

Mi vesto in fretta, poi decido di farlo aspettare ancora un po’. Sbircio oltre la porta: sì, è ancora lì in salotto, incredibile. Perché sono così emozionata? E’ come se fosse tornato tutto daccapo. Non capisco.

In quel bar parliamo di tutto, ridiamo, e lo sento ridere come non era mai successo. Non è il Casaubon a cui dò del lei, non è Noam Arp lo scrittore… è un’altra persona, che ancora non ho imparato a conoscere. La sua prima incarnazione che non cerca di sfuggirmi.

Dopo il caffè, passeggiamo sul lungofiume, continua a raccontarmi di un suo viaggio a Berlino, poi mi dice di come mai è finito qui. E alla fine glielo chiedo: cosa è successo?

Silenzio lungo, sospiro ambiguo. “Sai… qui sembra tutto diverso. Su questo ponte, potremmo essere altri, potremmo essere totalmente diversi. E se qualcuno ci vedesse, dall’altra parte del ponte, forse vedrebbe solo due ragazzi che passeggiano insieme. Forse vedrebbe due innamorati… Forse vedrebbe solo due persone che si trovano in sintonia e che vogliono conoscersi meglio”.

Lo fisso negli occhi. “Cosa intendi?”

“Se io non fossi un professore, e tu una studentessa… se non fossimo nella stessa università… se io avessi qualche anno in meno… saremmo solo due ragazzi che passeggiano lungo il fiume. Saremmo solo due persone, libere di incontrarsi, di essere se stesse; libere da pregiudizi e colpe. E io non mi sentirei così egoista a…”

Stringo il suo cappotto, avvicinandolo a me. Certo che sa quando usare le sue pause teatrali. “Perché? A fare cosa?”

“Ad innamorarmi di te”.

Nella mia testa, Casaubon il professore ripete ancora una volta il suo classico refrain: l’innamoramento è figlio del mistero. Non essere sciocca, mi dico. L’autoinganno è così dolce quando ci si sente soli; e non conosce niente di me, solo quello che la sua mente immagina. Solo le sue sceneggiature romantiche e retro di giovani studentesse che aprono la porta in coulotte e canottiera e si innamorano dei loro insegnanti scapigliati e un po’ dandy. Non essere sciocca, è solo la sua virilità che ha bisogno di nuove conferme e nuove conquiste.

Ma prima che finisca di pensarlo, sono già tra le sue braccia, che lo bacio stringendogli i capelli dietro la nuca.

17 maggio

Stanotte dormirà qui. Ho paura di cosa succederà domattina. Lo sento sussurrare al telefono. Non vuol farmi sentire. “Venerdì partirò per Zurigo”. Questa frase mi si è piantata nel petto. Allora cos’è stato tutto questo? Un inganno, un passatempo, un giro di emozioni lancinanti per provare nuovamente di esser vivi…

Mi sentivo male da morire. Mai più; mai più fidarsi di questa roba. Fanculo i poeti maledetti, fanculo il finto dandysmo del terzo millennio. Mi sento esplodere la testa. Vorrei che andasse via. No, non è vero. Vorrei che rimanesse.

18 maggio

Ho cercato Casaubon nel suo ufficio. Non c’era. Forse è un bene.

Oggi è l’ultima occasione. Devo fermarlo, almeno un istante, e chiederglielo. Non ho dormito bene stanotte. Incubi di treni deragliati, navi che affondano, ali di carta che bruciano… Vorrei capire. Perché ha cambiato atteggiamento nei miei confronti, proprio quando ha saputo che sarebbe andato via? La soluzione è semplice, quasi banale, piccola ingenua. Non posso crederci. Voglio ubriacarmi.

Niente scene melodrammatiche in stazione, mi ripeto. Ma so che andrà a finire così. Che patetica! E lui si preoccupava della sua dignità.

18 maggio, undici di sera

La risposta non ha atteso poi così tanto ad arrivare. Sotto casa mia. Probabilmente, se non avesse piovuto, avrebbe chiesto alla signora del second piano di innaffiarlo, giusto per rendere un po’ più drammatica la scena. Più che melodrammatico, lo trovo dolce; mi fa sorridere. Ma ha l’aria di essere l’ultima volta. “Certo che ho aspettato di sapere che sarei partito”, mi risponde. “Visto che non potevo cambiare la variabile età, ho pensato di approfittare che cambiasse l’altra variabile”.

“Così adesso non siamo più studentessa e insegnante. Sono felice per te: la tua dignità è salva”; mi crogiolo un po’ nel mio sarcasmo. “Era per dirmi questo, che sei venuto?”

Di colpo mi tira a sé, i suoi occhi grigi mi si piantano addosso, ho un brivido. “No. Sono qui per dirti di venire con me”.

30 settembre, otto del mattino

Fuori il cielo è grigio, segno che l’autunno sta riprendendo i suoi spazi. Sara non si sveglia ancora, d’altronde non avrà corsi fino alla settimana prossima. Io ho un esame domani. Ma mi sembra di aver perso solo tempo, in questi ultimi mesi.

I libri si accumulano sulla mia scrivania. All’Officina, ieri, c’erano due amici di Casaubon. Si chiedevano l’un l’altro notizie, come a far finta di non sapere che aveva chiuso i ponti con tutti qui. Quando uno ci crede troppo, alla storia della dignità…

Alice continua a ripetermi che ho sbagliato. Io mi dico che non sarebbe potuta andare diversamente; se non peggio, forse. Casaubon è partito ormai da più di quattro mesi. Non posso dire di non pensare ancora a lui, ogni tanto; magari non come farebbe un’innamorata; certamente non come se fosse un amore a distanza; probabilmente, non con la speranza di vederlo tornare, un giorno. Bussare alla mia porta, alle otto di mattina; io in mutande e canottiera, imbarazzata, lui coi vestiti zuppi di pioggia.

Però stamattina mi sono svegliata più presto del solito. Ho preparato il suo tè, quello che prende di solito (per quel che “di solito” può significare…). Poi ho aperto il diario, sono tornata indietro fino al 23 aprile. Ed è strano come cose scritte in altri momenti e in altri contesti guadagnino nuovi significati. Alla fine, tutta la storia dell’interpretazione, tutta questa storia, sembra davvero dargli ragione. Rileggo la sua scrittura sottile e acuminata, e non posso che chiedermi se non fosse già tutto scritto da allora.

Ero solo io che dovevo partire. Non l’avevo mai capito. Non posso darti altre risposte.

Forse non c’erano altre soluzioni. Neanch’io posso trovare altre risposte. Guardo solo fuori dalla finestra; aspettando che anche lì fuori inizi a piovere.

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Frammenti di senso

percorsi diversi