Ora ricordo la Rivoluzione…
Non sono sicuro di quello che sta succedendo. Abbiamo appena sfondato il primo blocco della polizia, stiamo andando avanti per la nostra strada. Ma da quando i miei vicini di casa sono diventati così riottosi? Ah, sì, adesso ricordo:
Un tempo bastava che il barone venisse da queste parti a dire che andrà tutto a posto, e tutti ci credevano. D’altronde, la sua reggia era bella, e splendente, e c’erano sempre tante belle donnine in vesti colorate che volteggiavano per il patio con brocche di vino colme, e tutti brindavano e ridevano ed erano felici; felici più di quanto uno qualsiasi di noi potesse mai essere.
Poi ci hanno riso in faccia quando c’è crollata addosso tutta la città. Tutti i mattoni si sono separati, e sono scappati e sono scoppiati, e le travi di cemento si sono squarciate come tela marcia, e loro ridevano. Hai visto? dicevano, Sti stronzi non hanno più una casa. Che bello, dicevano, che bello: ora potremo farci tanti soldi sul sangue di sti poveracci.
E la televisione ripeteva che il barone avrebbe aiutato tutti; avrebbe distribuito doni e caramelle, e nessuno avrebbe più pianto. Non mi ricordavo da quanto non piangevo più così. E quando sei a pezzi e vedi tutte le persone a cui hai voluto bene uccise da assassini nascosti nel buio, intoccabili e ben pagati per il loro crimine, hai davvero tanto tanto bisogno di uno che ti dica che è tutto a posto, e che lui ti sarà vicino e ti aiuterà a superare tutto.
Io ci avevo creduto. E non ero il solo. Poi ho cominciato a sentire puzza di merda quando non ci permettevano di girare liberi tra le macerie della nostra stessa città; quando ho visto tanti operai lavorare con dovizia su un’unica strada, abbandonando tutto il resto; quando ho visto le ricostruzioni di facciata, su quell’unica strada per la quale sarebbero passati i potenti del mondo. E mi tornava in mente mio nonno che mi raccontava di Mussolini che faceva girare quattro volte gli stessi carri armati, per far vedere al suo amico Adolf che ce l’aveva duro, come dice qualcuno più al nord di questa fogna di paese.
In quattro e quattr’otto i porci in cravatta e smoking si sono spartiti i soldi della ricostruzione; in un attimo è tutto volato via come se niente fosse: i piagnistei delle show-girls, lo sdegno dei conduttori televisivi, le promesse degli sciacalli eletti dal popolo a rappresentare la Sacrosanta Verità col Manganello e le Mitragliatrici.
In un breve giro di valzer siamo diventati scomodi, incontentabili, rompicoglioni, disturbatori della quiete. Le carriole erano cosa di cui non parlare, la gente non si sa che va cercando, così dicevano, noi gli abbiamo fatto tutto, ma questi terroni non capiscono un cazzo e non vogliono sollevarsi dalla feccia in cui sono. Perché se le cose le vuoi fare devi farle come vogliono loro: o gli fai ricostruire una metropoli futuristica distruggendo i secoli di storia del territorio e facendo lucrare la cricca di maiali loro amici o sei solo un ostruzionista.
Abbiamo mangiato la scorzonera, fino ad aver la nausea e a non sopportar più lo stimolo del vomito. Siamo arrivati in cinquemila in una piazza. Forse convinti che ci fosse ancora uno stato civile. Ripensavo a mio nonno che mi diceva di Mussolini; quando tutti erano felici. Allora se non eravamo felici vuol dire che eravamo ancora liberi. Poi ho capito che eravamo diventati solo nemici: ci eravamo permessi di uscire dalle recinzioni invisibili del regime, ed eravamo quindi solo nemici. In un unico fasciocco di sterpi da bruciare, insieme agli sporchi africani, ai rumeni assassini, ai comunisti mangiabambini, agli operai ignoranti, agli elettori coglioni, agli insegnanti incapaci, agli impiegati fannulloni, ai pensionati inutili, ai disoccupati nullafacenti, ai trentenni bambinoni che non vogliono crescere, ai medici della sanità pubblica, agli studenti sognatori e teste calde, agli atei ammazzafeti, ai pro-eutanasia, ai drogati, ai froci, ai transessuali, ai black blocks, ai manifestanti violenti, agli anti-giottini, ai Carlo Giuliani, ai Baleno, agli Stefano Cucchi, ai Paolo Rossi, alle Giorgiana Masi, agli anarchici defenestrati, ai ribelli senza armi e senza più voce.
In un attimo i manganelli hanno preso il posto della rabbia; in un attimo abbiamo capito che il monopolio della forza non stava più difendendo la democrazia, che dovrebbe essere del popolo. Quei manganelli stavano solo difendendo le ville dei potenti. I maiali nel loro porcile di diamante si son costruiti una recinzione di fucili, e nessuno si può più avvicinare a disturbare le loro orgie.
Un maiale si alza in piedi, in un semicerchio di poltrone di pelle rossa occupate da altri maiali in giacca e cravatta. Il maiale dice che ce lo siamo meritati, che siamo solo fogna, che i terroni e i plebei non devono permettersi di parlare, o di venire a disturbare l’ozio dei politici e delle istituzioni. Che bisogna stare zitti e quieti, e che è tutto nelle loro possenti mani, e noi non ne siamo più proprietari. Ci ha detto che non gliene frega un cazzo dei morti, passati o futuri; perché tanto siamo già tutti morti, e la vita di un plebeo non vale un cazzo.
Siamo qui, abbiamo sfondato il secondo blocco della polizia. Il mio vicino di casa, che mi guardava sempre brutto perché vestivo strano e uscivo con gli zingari, adesso è davanti a me con una trave di legno a cercare di sfondare, insieme ad altri tre, la prima recinzione esterna che difende Palazzo Chigi. Come ci siamo arrivati a questo punto? Com’è possibile che gente così pacifica e quieta, che non ha mai protestato anche quando fucilavano la gente in piazza o rinchiudevano gli immigrati in caserma per pestarli a sangue, ora si ritrovi qui in piazza, pronto ad infilare la testa di un ministro o di un presidente qualsiasi su un forcone? Sì, ora ricordo. Ora ricordo…
[11 luglio 2010]
percorsi diversi
“Ora ricordo la Rivoluzione…” è stato nascosto all'interno di istantanee e nascondigli da arp.
- Nascosto il:
- 11.07.10 / 12pm
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- percorsi diversi
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