Principio antropico

“L’universo che osserviamo deve per forza essere compatibile con l’esistenza dell’osservatore”

E’ un problema di coordinate. Anche se so che vi rimane difficile crederlo. Io esisto. Anche se per voi sono solo il personaggio di un racconto immaginario.

Ma questo è il fondamento stesso dell’esistenza: non si può sfuggire a questa verità sfuggente, intangibile eppure incarnata nell’architrave stesso dell’Universo. Tutto quello che esiste esiste. Eppure siamo noi ad osservare la realtà; l’unico modo in cui possiamo renderci conto della realtà è osservandola; ed è impossibile prescindere dall’osservazione della realtà, perché già l’esistenza presuppone l’osservazione. In definitiva, l’universo esiste perché noi possiamo percepirlo.

Questo è il nodo del principio antropico. Non si può prescindere dalla nostra esistenza. Il principio antropico è un limite ed un orizzonte: non posso affermare nulla sull’universo che neghi l’esistenza di chi lo osserva; e d’altronde qualsiasi affermazione è vincolata dal fatto che posso esprimerla solo in virtù della mia percezione dell’universo.

Se fossimo ciechi, non solo non potremmo neanche immaginare i colori; semplicemente, essi non esisterebbero. Perché non esiste nulla aldilà della nostra percezione.

Ora, si pone un duplice problema: dato che non possiamo percepire il Nulla, vuol dire che il Nulla non esiste? O già il semplice fatto di poter parlare del nulla lo concretizza nel nostro universo? E l’aspetto speculare: il principio antropico esiste perché l’universo l’ha creato, per rispettare il principio antropico stesso, o semplicemente l’abbiamo creato noi, per tener conto del limite inscindibile della nostra osservazione dell’universo?

In sostanza: se il mondo ci ha generati, ha generato il principio antropico e il nulla non esiste; altrimenti, se noi siamo un mero accidente, abbiamo generato il principio antropico come mera constatazione del nostro limite; e in questo caso, nulla potrà dirci se il nulla esiste…

Ora, queste riflessioni non mi portano di un passo più vicino a capire perché, tra le migliaia di immagini possibili, mi sia capitata la foto di un parco giochi, a Boston, con due bambini sullo scivolo giallo; di fianco allo scivolo c’è la madre, giacca beige piuttosto pesante, capelli lunghi, castano chiaro, di spalle e con le braccia protese, come se stesse indicando ai bambini di non aver paura e scendere, o forse pronti a prenderli mentre scivolavano giù; su una panchina a destra, due ragazzi che parlano, uno a testa china, si intravede una bottiglia di una qualche bevanda, forse un succo di frutta; sulla sinistra, un uomo legge un giornale; non sembra scritto in inglese, anzi, il titolo sembra in italiano; forse c’è la parola “trovato” o “arrivato”, non si capisce bene; i fogli del giornale gli coprono il volto; riconosco però le scarpe, e qualcosa nell’aspetto generale; le scarpe sono quelle che ho comprato oggi. Ma io non sono mai stato a Boston…

Frammenti di senso

percorsi diversi, rifugi personali