Pentothal Love

Laura stava scendendo le scale dell’università di corsa. Era come al solito in ritardo, e il cellulare scarico non le aveva permesso di chiamare il suo ragazzo. Passò sotto l’ampio arco di pietra che rappresentava l’ingresso dell’ateneo e si guardò attorno, come in cerca della sua macchina.
“Laura, parti stasera?”
Lei si girò verso la voce, rispondendo con un sorriso, e prima che la sua amica scappasse via riuscì a salutarla con un cenno ed augurarle in bocca al lupo per il suo esame.
Decise di incamminarsi verso casa. Ma appena girò per il vicolo dietro l’università una macchina nera le si affiancò, frenando bruscamente. Dallo sportello posteriore uscì un uomo con giacca e occhiali neri: le si avventò contro, prendendola per la vita e premendole un fazzoletto sulla bocca. Laura non riuscì neppure a gridare: le braccia dell’uomo la tenevano stretta, quasi bloccandole il respiro, e in pochi secondi riuscirono ad ingoiarla dentro la macchina. Intanto, l’uomo al volante era sceso anche lui; si guardò cautamente attorno: forse nessuno aveva notato la scena. Bisognava andare via veloci.

Quando Laura si risvegliò aveva l’ago di una siringa conficcato in un braccio. Un uomo in giacca nera le stava iniettando qualcosa, mentre lei ancora non riusciva a muoversi o a capire dov’era. Quando la vista cominciò a schiarirsi si rese conto di trovarsi in uno stanzino piccolo e buio, senza finestre e con solo una misera lampadina che gettava lunghe ombre attorno. Il volto dell’uomo era coperto da una di queste ombre, e lei non riusciva a capire chi fosse. Eppure il profilo, qualcosa nel suo aspetto, le sembravano familiari.
“Cosa volete da me? Perché sono qui?”, cercò di borbottare, con voce rotta e debole.
“Sei qui perché devi rispondere ad alcune domande”, disse una voce: un altro uomo, nascosto in un angolo del piccolo ripostiglio, uscì fuori dalla sua ombra e si avvicinò alla scena. Forse aveva una quarantina d’anni, il volto segnato come se avesse lottato a lungo, gli occhi color del ghiaccio.
“Ma io… io non ho fatto niente. Vi prego… vi prego…”, Laura iniziò a piangere, di colpo sovrastata dalla paura.
“Ehi… Shhh…”, l’uomo si chinò su di lei, fissando i suoi occhi in quelli di lei: “Non preoccuparti. Non vogliamo farti del male. Vogliamo solo farti alcune domande. Dopodiché te ne andrai di qui sana e salva, e in men che non si dica ti scorderai di questa brutta esperienza. Però abbiamo assoluto bisogno che tu ci dica la verità… per questo sei qui: per dire solo e soltanto la verità.”
Laura non si sentiva affatto rassicurata dalle parole dell’uomo. Eppure qualcosa, qualcosa di incomprensibile in lei, la stava calmando, le stava inviando segnali di tranquillità, di pace, di innocente serenità.
La vista iniziò ad appannarsi, la testa girava. “Cosa… cosa mi avete dato?”
“E’…. Serve a farti dire la verità, anche se tu non vuoi. Adesso dovrai rispondere alle mie domande; con assoluta sincerità.”
L’uomo con la siringa si allontanò, ancora col capo chino. Intanto l’uomo dagli occhi di ghiaccio iniziava il suo interrogatorio.
“Quanti anni hai? Sei fidanzata?”
“Venticinque. Sì.”
“Come si chiama, e dove abita?”
“Marco… Marco R. Abita di fianco a casa mia… l’ho visto una volta… mentre si vestiva in salotto, dopo aver fatto una doccia. Aveva lasciato le tende aperte…”, Laura prese a ridere, come ubriaca.
“E tu lo ami?”
“Eh? Io… che vuoi dire?”
L’uomo ripeté con tono infastidito. “Tu lo ami? Ami questo ragazzo?”
“Io… non lo so, è complicato. Ci conosciamo da poco. Mi piace quando facciamo l’amore. Ma lui mi chiama sempre, mi dice ‘ ti amo’ e ‘ti voglio vedere’, e mi sembra… patetico. Ah ah ah! Sì, patetico… però dolce. E’ dolce…”
“Quando lo hai conosciuto?”
“Tre mesi fa. Te l’ho detto!”
“Sicura di non averlo conosciuto prima? Di non essere uscito con lui già prima, mentre stavi con Stefano?”
“No, te l’ho detto, sicura… Che c’entra Stefano? Non c’è Stefano, c’è Marco… Marco, devo prendere la valigia, aspetta. Aspetta, eh?”. La testa di Laura prese a ciondolare, gli occhi le si chiudevano. Il delirio si stava impadronendo di lei.
“Svegliati!”, l’uomo con gli occhi di ghiaccio la schiaffeggiò. La ragazza riaprì gli occhi di scatto, lo sguardo allucinato, la guancia che diventava sempre più rossa, il suo viso stretto tra le mani di lui.
“Parlami di Stefano. Quando l’hai conosciuto?”
“Stefano… Stefano, cinque anni fa.”
“Ti piaceva?”
“Sì, mi piaceva. Era divertente.”
“Non ti ho chiesto questo!”, gridò l’uomo. “Ti piaceva, ho detto? Eri innamorata di lui? Lo desideravi?”
Laura iniziò a piangere, incapacace di afferrare le parole dell’uomo. “Io… io non lo so, non lo so, non riesco a capire cosa stai dicendo. Cosa mi avete dato? Sto male, sto male… lasciatemi, vi prego!”
“Rispondi! Lo desideravi? Lo amavi? E se lo amavi, allora perché l’hai lasciato? Eh? Perché l’hai lasciato! Rispondi!”
L’altro uomo non riuscì più a trattenersi. Si avvicinò di scatto all’uomo con gli occhi di ghiaccio e gli bloccò le mani. Laura vide il suo volto, solcato dalle lacrime. “Ti prego, ti prego, basta!”
L’uomo dagli occhi di ghiaccio voltò lo sguardo verso di lui, come illuminato da una imprevista saggezza. “Ma tu non volevi sapere?”
Laura fissò infine lo sguardo sull’altro uomo: era un ragazzo sui trent’anni, con gli occhi arrossati dalle lacrime, il volto solcato da due lunghe cicatrici di dolore che dalle palpebre giungevano fino al mento. Era Stefano, il suo ex-ragazzo.
“Ste… Stefano. Che cosa sta succedendo?”
Stefano volse lo sguardo verso di lei: uno sguardo distrutto, torturato, carico di angosce e paure. L’effetto del siero stava lentamente svanendo: doveva chiederglielo ora.
“Laura… tu mi hai mai amato veramente?”
Laura lo fissò, stupefatta. Trafitta dalla consapevolezza di quell’atto disperato e folle, eppure così dannatamente comprensibile. Lei non avrebbe mai potuto dirgli la verità. E solo ora riusciva a dirla a se stessa.
“No, Stefano. Io non ti ho mai amato. Stavo bene con te… ma non ti ho mai amato. Non ti ho mai compreso. Non ti ho mai cercato veramente. Io… non sono mai riuscita ad amarti.”
Stefano sorrise, col più gelido dei sorrisi. “Lo sapevo”, disse. “Ma speravo fosse solo la mia paranoia. Grazie.”

Laura scese di corsa le scale di casa con la valigia su una spalla. Sotto il portone c’era Marco ad aspettarla, con la macchina ancora accesa. “Allora? Andiamo? Sei sempre in ritardo!”
“Scusa, scusa!”, rispose lei, ridendo. Caricò la valigia nel portabagagli e salì in macchina. Mentre Marco prendeva per la statale e portava la macchina oltre i 130, mise su un cd dei Depeche Mode e disse: “Amore, ma mi ami?”
Ed il ragazzo: “Certo, amore. Certo che ti amo.”

[30 giugno 2009, 23:30]

Frammenti di senso

percorsi diversi