Svegliarsi alle nove e mezza

Il telefono mi sveglia alle nove e mezza. Lo sento che è presto, perché sono andato a dormire alle quattro e mezza e quando apro gli occhi ho ancora il sapore dell’ultimo bicchiere di vino bevuto ieri sera. Ma so anche che chi insiste a quest’ora, alla vigilia della riapertura dell’università, si aspetta che io sia sveglio e reclama risposta.

“Pronto!”, maschero la voce con un tono squillante da chi è sveglio da ore, rimanendo ancora steso sul letto con gli occhi chiusi.

“Ciao, Noam. Buon anno!”

“Oh, buon anno anche a te! Come stai?”

“Bene, bene. Tu? Passate bene le vacanze? Che stai facendo?”

Cavolo! Ragionare in fretta, prender tempo, tergiversare in modo convincente… “Mah, niente, stavo rimettendo a posto la libreria, sai, che come al solito sulla mia scrivania non ci si capisce niente”.

“Ah, bene… Senti, hai ricevuto la mia mail?”

“Eh? Ah, beh, veramente ancora non…”

“No, ma te l’ho mandata qualche giorno fa. Ti chiedevo di quel saggio che avevi…”

“Ah, sì, è vero! Allora…”

Ci accordiamo per vederci lunedì. Intanto mi chiede di mandarle un paio di cose per e-mail. Riattacco. Con gli occhi ancora chiusi, lascio scivolare il cellulare sul tappeto. Ok, arrendiamoci: è ora di alzarsi.

La teiera inizia a fischiare vigorosamente mentre io sto ancora scrivendo l’e-mail. “Ok, invia”, e chiudo un’altra parentesi prima di colazione. Dò un ascolto veloce, tra il narcisistico e il compulsivo, ai pezzi di prova fatti col nuovo software di sintesi consigliato da Fabio. Poi mi affaccio su un paio di social networks, mentre sorseggio il mio English Breakfast (senza scordare di gettare un occhio sul grafico delle visite al sito di About Life).

Paradossalmente, questa semplice operazione (che molti faranno, in quei 5 minuti di relax prima di dover fare altro, al mattino, o durante la pausa pranzo, o prima di andare a dormire), che potrebbe rappresentare uno degli ultimi approdi dell’alienazione occidentale, beh… secondo me potrebbe essere vita. Magari non con la V maiuscola, ma sicuramente è un momento più “vero” e “vivente” di molti altri.

Il Web ci ha permesso in parte di riprenderci i nostri spazi vitali; anche quando non facciamo assolutamente niente, e ciondoliamo su un blog o su Wikipedia. Basta fare il confronto tra questo e la televisione: quanto è più “vivo”, più nostro cazzeggiare per il Web, piuttosto che piazzarci davanti alla televisione sprofondati nel divano?

Ogni progresso sembra passare inevitabilmente per un canale di condivisione sociale. Altrimenti sembra non esserci progresso. Le innovazioni tecnologiche, le applicazioni scientifiche… ma dove sta scritto che l’Occidente è più avanti? E’ una nostra abitudine a sentirci superiori; e di reazione sentirci in colpa, come la buona morale medio-borghese insegna. Il sublime, la filantropia… Insomma, le solite boiate da capitalisti. Ma tutti hanno bisogno della collettività per poter far funzionare la loro giostra dorata: possono comprare anche i cavalli a dondolo più preziosi e belli, ma senza gente che ci sale sopra e mette il gettone, la loro giostra andrebbe in rovina in meno di una settimana.

Mentre faccio colazione, cerco di fare velocemente il punto, per prepararmi alla giornata: dovrei pubblicare il video fatto a casa di Paul, e poi devo preparare i video della serata di ieri al Chaikhana; dovrei anche scrivere qualcosa, per cercare di coprire questa prima settimana di About Life; e devo finire a scrivere quella cavolo di relazione, prima che comincino ad uscir fuori altri lavori. E mi rendo conto che sono già in ritardo, come al solito: com’è possibile? Mi piaceva essere puntuale, non che disdegnassi arrivare all’ultimo momento, ma di norma le scadenze mi vedevano arrivare rilassato e tranquillo alla meta. Negli ultimi tre anni, è stato tutto un continuo inseguimento di scadenze, una dietro l’altra. Ho cominciato a non capirci più niente, a sentire il fiato sempre più corto, le gambe anchilosate, l’acido lattico invadere i miei pensieri, e il bisogno di prender fiato farmi perdere ancora più terreno.

Mi sono anche un po’ cullato nel vittimismo, ho accumulato un po’ di cattive abitudini e di stress non necessario. Ma comunque, se devo poi fare una sintesi di questi anni, mi sento davvero di aver perso del tempo prezioso; di averlo vissuto così poco da voler chiedere il rimborso al bigliettaio e pretendere di riavere indietro almeno un qualche centinaio dei giorni gettati al vento.

Ho fatto un incubo tremendo. Quasi mi pento di essermi lamentato, qualche giorno fa, di non riuscire da un bel po’ a ricordare i sogni che faccio. Mi sono svegliato con la voglia di piangere, e la sensazione di freddo mattutino che si univa alla sensazione di gelo che avevo dentro. Meglio fare attenzione a quello che si desidera…

Dieci anni fa avrei immaginato la mia vita in modo totalmente diverso. Mi sembra quasi di non riconoscere la mia città, mentre giro in macchina in cerca di un parcheggio. Come se fosse cambiata attorno a me, al solo scopo di rimanere maledettamente uguale a prima. E’ davvero difficile provare nostalgia del passato, quando i marciapiedi su cui cammini te lo sbattono ripetutamente in faccia. Io sono ancora io, così dicono. Ma non ne sono sempre così convinto…

Dieci anni fa mi sarei detto certo che nel giro di dieci anni avrei pubblicato almeno un libro. Non so quanto possa ritenere realizzato questo sogno: potrei aver pubblicato qualcosa, ma ho comunque la sensazione di essere ancora totalmente e pateticamente inedito. Se non pubblico entro i trent’anni, mi dicevo…

Però alcuni sogni di qualche anno fa me li ricordo ancora. Ce n’è uno in particolare che mi ha sempre affascinato: c’erano mia zia ed un’altra signora sedute ad un tavolo a prendere un tè, sullo sfondo si vedeva un ampio giardino con alberi e cespugli fioriti, ed era una bellissima giornata di sole. Parlavano tra loro, discutevano come signore della buona società da film anni Cinquanta, e a un certo punto mia zia dice: “No, il primo libro che pubblicherà Noam si chiamerà Totem!”. E di colpo la scena cambia: tutto scompare, il sogno riparte in un salotto arredato con mobilia di lusso, nel quale sono riuniti cinque o sei personaggi, seduti sul divano e le poltrone mentre ascoltano un altro personaggio, in piedi, di mezza età, con una barbetta grigia, che sembra essere il padrone di casa; ad un certo punto del suo discorso, del quale non ricordo assolutamente nulla, l’uomo si ferma, si volta verso i suoi invitati ed esclama, con un guizzo negli occhi: “Bene! Ora possiamo cominciare l’inseguimento”. Uno dei personaggi seduti sul divano lo ferma: “Inseguimento? Cosa dovremmo inseguire?”.

Credo che il sogno si interrompesse più o meno a questo punto; qualche giorno dopo scrissi la scena del salotto, cercando di risolvere in qualche modo il dialogo finale: volevo utilizzare la sequenza come inizio di un romanzo intitolato “Totem”, appunto (io e la sindrome di Cassandra…). Ma la cripticità del sogno mi ha sempre intrigato; ho sempre pensato (e in realtà continuo a pensarlo tuttora) che vi fosse un fondo di vera profezia in quella sequenza iniziale. Il primo libro che pubblicherò si chiamerà “Totem”…

Adesso c’è una nebbia innaturale fuori; sembra scivolare lenta tra i palazzi e infiltrarsi nei vicoli del quartiere. Vado a fare due passi. Compro le sigarette e guardo la nebbia scivolare sul lungomare. Non fa più tanto freddo. Ma ho bisogno di un po’ di contatto umano per esserne certo.

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3 Responses to “Svegliarsi alle nove e mezza”


  • Commento from cri

    anch’io un tempo ero puntuale, e mi svegliavo prima che la sveglia cominciasse a bippare alle 6,30… un tempo avevo sete di vivere, ora è la vita a bere me, a grandi sorsate.
    ma è sempre meglio scapicollarsi dietro al lavoro, che ciondolare per casa in attesa di una telefonata. pensa ai nostri coetanei perduti dietro ad una promessa: chi ha davvero perso i suoi giorni?

  • Commento from arp

    Credo sia davvero impossibile poter dire di non aver perso giorni. Chi non lo fa, secondo me, vuol dire che non ha vissuto molti giorni apprezzandoli veramente. Alla fine, credo siano proprio i momenti più vividi che ti fanno screditare i momenti mediorci della tua vita.
    Forse ho voglia di scrivere questo romanzo perché sento che sono vicino ad un passaggio cruciale. Come se quest’anno meritasse davvero di essere raccontato. Chissà!

    Grazie per il tuo commento! Spero di ritrovarti nuovamente tra le mie pagine: è sempre un grande piacere!

  • [...] mio amico noam arp dice che le cose a volte sembrano cambiare per il solo scopo di rimanere uguali a prima. io torno [...]


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