[Elena] Dopo l’incidente (incipit)

Le valigie erano ferme in attesa di fronte al portone dell’ingresso. Tutto il resto dell’appartamento era vuoto, deserto e deprimente come quando lo avevano preso in affitto. Mancavano solo lei e la bambina.

Elena si affacciò per un’ultima volta a quel balcone. Era più di un anno che non fumava, e ora la voglia di una sigaretta la stava tormentando. In strada, tre piani più in giù, le macchine e i passanti continuavano a correre lungo le strade e i marciapiedi come ogni giorno. Nulla sembrava cambiato nel mondo esterno; al contrario di tutto quello che le era successo in quegli ultimi giorni.

Elena si asciugò le lacrime, cercando di distogliere la mente dai pensieri che la tormentavano. Controllò di nuovo di avere il biglietto nella tasca dei jeans, guardò un’ultima volta l’orologio, e poi decise di rientrare e chiudersi quella finestra alle spalle.

La bimba la guardava con i suoi occhioni dolci di sempre. Sembrava anche lei in attesa solo di ripartire. Non poté fare a meno di sorridere. Prendendola in braccio, le stampò un bacio sulla fronte sussurrandole: “Adesso andiamo, amore. Saluta casa. Ciao, casa!”, intonò con voce più acuta, muovendole il braccino nel cenno di un saluto. “Vedrai, ti piacerà il mare. Prima però andiamo a conoscere la nonna, va bene?”

La bimba continuò a guardarla con i suoi occhi incantevoli, ignara di quello che stesse dicendo. Elena la strinse a sé, poi si avvicinò al portone, lo aprì, e iniziò a spingere a calci le valigie fuori.

[Marco] Laurea (e Laura)

Tra i festeggiamenti e le bottiglie di spumante all’uscita dall’aula magna, con la corona d’alloro sulla testa e i suoi amici e compagni di corso che canteranno “Dottore del buco del cul”, rincontrerà Laura. Sarà bella come quando si erano lasciati, un annetto fa ormai: capelli biondi che lui usava come cuscino e annusava ogni volta che facevano sesso; quello sguardo sarcastico che se hai voglia di montarti la testa riesce a smontartela in un attimo; e il culetto sempre ben in evidenza nelle sue gonnine corte e i fuseaux con i teschietti.

“Il tuo architetto dove l’hai lasciato?”, le chiederà lui.

“Smettila! Lo sai che ci siamo lasciati un mese fa”.

“Veramente no”.

Lei farà la faccia delusa, come se le dispiacesse che lui non si fosse tenuto aggiornato sulla sua situazione sentimentale su Facebook, e si mordicchierà le dita chiedendosi se sarà il caso di ribadire la cosa con un post o con una serie di canzoni smielate con commenti del tipo “l’amore ti può spezzare il cuore, ma non puoi mai farne a meno”, oppure dirglielo direttamente di persona, a costo di sembrare troppo diretta.

“Sì, ci siamo lasciati”, deciderà di dire alla fine. “Sai, la cosa buffa è che l’ho lasciato più o meno per lo stesso motivo per cui mi avevi lasciata tu”.

“Perché non ti passi il filo interdentale prima di andare a dormire?”

“Ma no, scemo! Perché… sai, volevo una storia seria, ma lui…”

“Ah, quindi a lui non hai messo le corna”.

Laura deciderà di ignorare il suo tono sarcastico, ma lo fulminerà con gli occhi per un attimo, prima di tornare al main theme della giornata. “Allora, hai già deciso come festeggiare? Sei dottore, ora!”

Marco alzerà le spalle, confesserà che avrebbe voglia di fare un viaggetto, una settimana o due, ospite di qualche amico – visto che, come al solito, i soldi non ci saranno e sarà licenziato a breve dal suo lavoro precario nella redazione di una rivista di cultura di Bologna.

“Perché non vieni da me? Ti posso ospitare, e potremmo andare in giro per Torino insieme come ai vecchi tempi, prenderci un gelato alla Grom, farci una delle nostre chiacchierate da due ore…”

Marco noterà subito il barlume nei suoi occhi, e per un po’ durante la conversazione la sua testa gli griderà “pericolo!” a squarciagola, tornando a chiedersi perché le ragazze, allo scoccare dei venticinque e ancor di più allo scoccare dei trenta pensino tutte insistentemente al matrimonio. Si autodenuncerà per maschilismo, accusandosi e processandosi nella sua testa e perdendo buona parte delle battute successive. Alla fine, rifiuterà garbatamente l’invito, quando più o meno la settimana dopo la sentirà al telefono perché lei era convinta che fosse già cosa fatta e stava già preparando il letto matrimoniale (o almeno, questo è quello che Marco immaginerà che avesse fatto in quegli ultimi giorni, e stavolta denunciandosi per narcisismo ma scagionandosi perché Laura era un po’ così anche quando stavano insieme).

[O si scrive o si vive] Un romanzo sulla vita

[...]

Andiamo a farci un aperitivo lungo e rilassato al Bugiardo, poco dopo il ponte delle Navi. Mentre rubo avidamente l’ultima fetta di pane con il lardo, espongo a Luca il progetto del mio romanzo, ormai con consolidata sicurezza e comprovata efficacia. Sparo le mie solite frasi ad effetto quando devo presentarlo daccapo a qualcuno che non ne sa ancora nulla.
“Se tu togli: le ore che dormi; le ore che fai un lavoro che non ti piace, o che comunque non fai quello che ti andrebbe di fare, non sei dove vorresti essere, ma sei bloccato sempre nello stesso posto; il tempo che perdi a parlare con gente di cui non te ne frega niente; il tempo che perdi ad aspettare l’autobus, il treno, o che fai la fila alla posta, in banca, dal medico; il tempo che stai in bagno! o che ti lavi i denti, che ti allacci le scarpe, o che guardi programmi di merda in televisione, o ascolti discorsi senza senso di politici e pubblicitari, o che passi così, senza far niente… Ma quanto tempo della tua vita hai sprecato? Quanto ne continui a sprecare ogni giorno? E di conseguenza, prova a ribaltare il discorso: quanto tempo vivi veramente?”
E lì, a quel punto, inserisco il payoff, il motto guida del progetto, che uso sempre in queste situazioni da quando l’ho iniziato il primo gennaio con le prime riprese video. “In definitiva, e questo è il sottotitolo e l’interrogativo chiave del romanzo: Quanti minuti vivi in un anno? E quindi l’intenzione è quella di documentare tutti i miei momenti di vita, ma di vita VERA, con la V maiuscola, dal primo gennaio al 31 dicembre, così da poter fare poi un conto dei minuti che ho vissuto veramente in un anno. Che ne pensi? Non è una figata?”
Ammicca, annuisce riflessivo, e spara un paio di “interessante”. E poi, come molti altri prima di lui, si sofferma sui dettagli tecnici, tralasciando (almeno per il momento) il nodo centrale del problema. “Ma in pratica come fai… cioè, vai sempre in giro con la telecamera, o col quaderno…”
“Ma certo!”, rispondo a metà della sua domanda, grondando entusiasmo. “Ho una videocamera digitale piccolina che fa dei video, anche se a bassa risoluzione, piuttosto decenti. E poi mi porto sempre dietro il quaderno, caso mai avessi bisogno di appuntarmi qualcosa. E poi ho il registratore vocale, qui sul telefono, e poi faccio anche le foto, scrivo altri testi collegati ai momenti raccolti…”
“Sì, ma poi cosa ci fai?”. Mi blocco, interdetto. La odio questa domanda. Per fortuna me la fanno raramente. La prima volta ho risposto scazzato: “Scusa, che vuol dire cosa ci faccio?”. “Beh, scusa, ti serviranno a qualcosa. Cosa pensi di farci? Cioè, come li usi poi, a che ti servono?”. “Servono! ma che vuol dire, scusa?! A che ti ‘servono’, come se fossero dei maggiordomi…”. “Sì, va be’, ma non t’incazzare”, “Ma non è che m’incazzo, è che mi sembra una domanda un po’ cretina, francamente”.
Stavolta invece rispondo con molta tranquillità (ormai da rodato promotore di me stesso e del mio romanzo): “Be’, va tutto a far parte del materiale di partenza, dell’archivio documentale del progetto. Cioè, si tratta di spunti e stimoli utili a sviluppare, poi, progetti narrativi più complessi. Non solo il romanzo, quindi – ma non nel senso che il romanzo racconta quello che succede nei video, o descrive le foto, o trascrive l’audio eccetera – ma anche, perché no, un film – un lungometraggio, sempre che arrivi a raccogliere abbastanza minuti di vita, o un mediometraggio o anche un cortometraggio.”
“Certo però che se esce fuori un cortometraggio, sai che depressione!”, commenta Luca. Ridiamo, battendo i calici di Chianti. “Lascia perdere, che ci sono molti che secondo me con un anno della loro vita non gli uscirebbe fuori neanche uno spot pubblicitario! Perché si lasciano scivolare la vita addosso, non agiscono, non intervengono come protagonisti nella loro stessa storia: rimangono lì, ad osservare cosa succede attorno, con disinteresse e noia, e non si rendono conto che stanno gettando un patrimonio di esperienze possibili nel cesso.”
“Beh, un po’ come me…”, commenta con recitata malinconia Luca.
“Beh, dai, no, non è così…”, cerco di sembrare più realistico e credibile di lui. “E poi, non è mica così facile riuscire a liberarsi dalle esigenze quotidiane, dal lavoro, dai propri doveri, e viversi esperienze nuove ogni giorno… A me è capitata questa fortuna, in un certo senso: in questo momento, nel bene o nel male (nel male perché, ovviamente, sono squattrinato e dormo da solo), sono libero da qualsiasi vincolo, posso fare un po’ quello che mi pare, andare dove mi pare, ho il tempo di riflettere su queste cose… Insomma, sono capitato in un momento giusto della mia vita per scrivere questo romanzo”.
“Ma quindi, in sostanza, è un romanzo autobiografico”.
“Tutti i romanzi sono autobiografici”.
“Be’, mica tutti”.
“Ok, sono un sostenitore del pensiero debole: non tutti i romanzi sono autobiografici… Ma molti lo sono, o tentano di esserlo, o finiscono per esserlo senza volerlo, o possono essere interpretati come se lo fossero. Pensa al primo romanzo di Jonathan Safran Foer”.
“Ah, sì, bello!”
“Che romanzo è?”, interviene l’amica di Luca, che fino a quel momento era rimasta in silenzio a sbocconcellare il suo crostino solitario e a far vagare gli occhi intorno, chiaramente annoiata o disinteressata ai nostri discorsi. E poi, subito dopo, aggiunge la più terribile, raccapricciante e noiosa domanda che si possa rivolgere ad uno scrittore contemporaneo: “Di che parla?”. Occazzo, borbotto tra me e me. Per fortuna non l’ha chiesto per il mio romanzo, per fortuna non l’ha chiesto per il mio romanzo. Altrimenti, con molta probabilità, a Luca sarebbe andata a monte tutta la settimana di vacanza sessuale.
“Beh, parla sostanzialmente… Allora, innanzitutto ci sono più linee narrative, che si incrociano, si sovrappongono… Insomma, già da qui, si capisce che l’autore sa il fatto suo. C’è sostanzialmente la storia di Safran Foer, che va in Ucraina per cercare di ricostruire le ultime vicende del nonno, prima della sua fuga. Il nonno era riuscito a fuggire dal massacro del suo villaggio ad opera dei nazisti…”
“Ah, ma aspetta: è una storia di ebrei?”
Inarco un sopracciglio, modello Spock: l’ha detto davvero? con quel tono? Calmi…
“B-beh… S-sì, diciamo di sì. E’ in pratica, per banalizzare un po’, la storia dell’autore che cerca di ricostruire la sua identità di Jewish American…”
“Ah, no, allora te lo boccio subito!”
Luca tossisce, alza un braccio per chiamare la cameriera e chiedergli di riempirci nuovamente i bicchieri. Intanto io ho una faccia smostrata e buffissima, come se avessi ingoiato un limone acerbo farcito con del peperoncino. “Scusa, forse non ho capito bene… Cioè non ti interessa perché lo scrittore è ebreo?”
“Ma no, non è perché è ebreo…”
“Aah!”, la mia spina dorsale scende di due-tre piani e la pressione sanguigna torna sotto i tre bar.
“E’ che gli ebrei hanno tutti questa forma di vittimismo…”
Evvai di nuovo sangue al cervello pressione a picco! Sputo fumo nero dalle narici, mi si annebbia la vista, l’ultima cosa che vedo è la faccia terrorizzata di Luca che mi fa gesti incomprensibili con le labbra a plettro, come a dire: “Lascia perde, lascia perde, sennò sto cazzo che trombo stasera! e poi finisce che mi devi ospitare tu stanotte”.
“Sembra che ce l’abbiano tutti con loro. Ho capito, va bene la storia dell’olocausto…”
Oh Cristo Visnu Brahma Buddha Krishna Jeova Odino Seth e pure Obi Wan Kenobi: datemi la forza per non strangolarla qui sul momento, con l’ultimo boccone di prosciutto di Parma ancora in gola. “Scusa, cosa avresti da dire sull’Olocausto?”
“Allora”, scandisce ora con calma, forse intuendo dal mio tono o dai lampi nei miei occhi come stava evolvendo la discussione. “Guarda, io non dico che l’olocausto non c’è stato…”
La fottuta ipocrisia della preterizione: quello che neghi è quello che pensi veramente, ma non puoi permetterti di dire. Ma visto che io so qual è il tranello freudiano di fondo, puoi pulirtici il culo con la tua retorica nippo-nazi-fascista da quattro soldi: sei una fottutissima antisemita. Prima che tiri fuori il Priorato di Sion e il caro vecchio Mordecai, getto venti euro sul tavolo, mi alzo tirando su la vecchia tracolla di stoffa e saluto il mio amico Luca. “Ciao, è stato un piacere”, dico a lei, “magari la prossima volta depilati meglio, perché hai dei baffi alla Hitler che fanno impressione. Vabbeh, ciao eh! Ah, Luca, scusa, ma forse è meglio se ci sentiamo quando ti sarai svuotato i coglioni – non prima però!”, e me ne vado. Cazzo che gente di merda c’è in giro!
Mentre esco dal locale, Luca mi raggiunge prendendomi per una spalla. Quando mi volto con la faccia scazzatissima non riesce più a trattenere le risate. “Ma lo sai che adesso non potrò più guardarla in faccia senza notare che ha i baffi?”, e scoppiamo a ridere tutti e due, cercando di non farci vedere dalla tipa bionda dolicocefala che sembra aver ingoiato una scopa (o averla inserita da altri ingressi) e sorseggia il suo Chianti facendo attenzione a lasciare l’impronta del rossetto su tutto il bordo del calice Borgogna.
“Scusami, scusami davvero per la serata”, riprende Luca, mentre tenta di smorzare le risa e asciugarsi le lacrime. “Ma cosa? Scherzi?! E quando mi ricapita un’occasione del genere? In realtà è stato divertente. Mi piace incontrare gente cerebrolesa con la bocca a fisarmonica, lo trovo formativo. Poi, se è una ragazza, è ancora meglio! E’ quasi una giustificazione per quel fondo di misoginia maschilista che, devo confessarlo, aiuta nei lunghi periodi senza sesso”.
“Beh, allora mi capirai…”
“Ma certo, scherzi? Torna lì, stanotte falla gridare fino a che non invoca il nome di Adolf, e poi confessale che sei ebreo. Mi raccomando: fai una foto alla sua faccia mentre glielo dici!”
“Sarà fatto”. Ci stringiamo la mano, dandoci reciprocamente una pacca sulla spalla, poi lo saluto con una strizzata d’occhio e vado via. Fuori fa freddo. Non c’è ancora la neve, ma il mio respiro fa nuvolette dalle forme buffe davanti al mio volto. Ripenso a Bolzano.

[Paul] Londra (incipit)

Cammino lungo la la strada che porta verso Piccadilly tutto confuso tutto confuso e io che viaggio solo con me stesso alla ricerca di tuttiglialtri di tutte le anime perse in questo unico grande vortice di anime che si inseguono si cercano e non si capiscono troppo spesso non si capiscono e cercano solo di sfuggirsi io spero solo di riuscire a ricostruire un percorso all’interno di questo spazio cosiddifficile da percorrere le sigarette stanno finendo Insegne al neon che non sanno parlarmi che non sanno dei loro intimi segreti puttane lungo la strada per Heathrow ma questa è unaltrastoria, che non capisco mai come raccontare allo Zen c’è un nuovo gruppo che cerca di farci vibrare come corde di un’unica arpa, ma io non sono nella stessa scala, sono stonato per qualche verso cercare la strada di casa e di colpo accorgersi di non averne più una, inventare il percorso più veloce per arrivare alla metro, e poi da lì perdersi perché non sai più dove devi andare e perché. Lou Anne che mi salta addosso euforica appena apre la porta, il campanello suona come una gallina strozzata io non sono più un vagabondo per almeno una notte, il freddo e la solitudine di Londra quando cala giù lo smog delle otto di sera la City non è più riconoscibile sotto le luci al neon ho paura, mi rinchiudo in casa non ho fatto altro che fuggire da un villaggio emarginato a un altro. Non sono così lontano da casa – dalla casa che era la mia prigione. Tutto su un unico rotolo di carta da telex, potessi farlo anch’io perso perso per sempre forse non sono più io, sto cercando di parlare con la voce di qualcunaltro e non so se ci riesco un unico blocco di testo, colore tipografico nero, profondo come ilmioanimo in questo momento penso di averti perso non avrei voluto ma l’ho fatto ti ho perso ti ho perso di nuovo come perdo tutto ciò che amo forse perché non sono capace di dire le cose al momento giusto o solo perché mi faccio intrappolare dalla brama irrefrenabile di fuggire e mi dimentico che non si può fuggire da se stessi. Lou Anne ha radunato una notevole cricca di pazzi io sono lì a cercare di ritrovarmi con persone di quattro cinque paesi diversi ci sono anche altri amici del mio paese adottivo ma ancora non voglio infilarmi tra di loro, almeno per il momento, non ho mai provato la benzedrina non so neanche cos’è o comeffatta ma il whisky lo conosco bene, beviamo in compagnia fino a scolarci le prime due o tre bottiglie, il disco di Eric Chénaux gira sul giradischi e non perde mai il suo ritmo ovale stridono voci di banjo e chitarre stonate il desiderio di fuga, eppure quello di ritrovare casa, ricostruirsela attorno – forse l’ho ereditato da mia madre, forse lei mi ha insegnato dove mettere il piede per fare il primo passo ed iniziare a fuggire, e credo di non essermi mai abituato alla stabilità, o di non aver mai superato lo schock di quel momento, l’ansia del nonguardarsindietro, o tutto è ancora una coazione a ripetere ripetere sperando di non ritrovarsi mai a capitare nello stesso posto due volte perché prima o poi ogni cerchio trova una sua conclusione gli spazi infiniti sono infiniti solo se sappiamo di voler trovare qualcosa, e fermarci ad un certo punto, tutto scorre via aldilà del finestrino troppo velocemente perché tu possa fissarci lo sguardo sopra e perde d’improvviso di senso scrivo ad occhi chiusi non riesco a raggiungere la frenesia della corsa fuori dalla metro per trovare un’altra strada per tornare a casa la fretta di fuggire fuggire in macchina di Cheers il pazzo scrittore non vuole leggerci il suo racconto rompe un finestrino per cercare di voltarsi all’interno dell’auto la ragazza strilla noi li raggiungiamo sarebbe da riderci su se lui non fosse ferito nottata in ospedale niente di grave la ragazza piange appoggiata alla spalla di Lou Anne io sento per un attimo la sua paura che si spande nella notte sentirsi soli noi non siamo più i figli di nessuno siamo soli artefici dei nostri stessi tormenti senza più nessuno da incolpare per il coprifuoco o la cena che si fredda senza nessuno che venga a rialzarci quando cadiamo e ci sbucciamo le ginocchia siamo ancora bambini ma senza più genitori mi sento di colpo indifeso abbandonato solo tra tanti soli solitario senza volerlo ma non ero partito per conoscere il mondo il mondo si è rivelato più triste di me capace di abissi di solitudine che non credevo possibili ma sono questi momenti in cui ci guardiamo negli occhi e riconosciamo le nostre paure negli occhi dell’altro che di colpo siamo famiglia siamo una cosa sola siamo uniti da un vincolo sacro più del sangue siamo della stessa carne siamo vagabondi nell’infinito ciclo delle vite, persi nel Samsara come spettri erranti in cerca di un corpo da vestire in cerca di abbracci da condividere e nuovi orizzonti da dipingere io e te e tuttiglialtri su questa strada che si srotola giù come un rotolo di carta da telex io e te e tuttiglialtri in viaggio per sempre

La verità sull’amore, almeno per un giorno

La verità è che l’amore non si trova facilmente mentre giri per strada. Non lo trovi in casa, nella dispensa. Non lo trovi ad una serata in un locale nuovo, mentre guardi attraverso il fondo del bicchiere. La verità è che ogni giorno che passa sembra sempre più difficile poter trovare quell’emozione che credi di conoscere così bene.

La verità è che mentre la guardo dritto negli occhi, e siamo qui io e lei a parlare di noi, a cercare di conoscerci e allo stesso tempo di mascherarci, non provo nulla di quello che provo quando immagino di amare qualcuno. Questa è la verità.

La verità è che non ci si innamora a comando. Per quanto puoi cercare di convincerti, dicendoti che sarebbe la soluzione ideale: lei è qui, di fronte a me, che sorseggia dal suo calice di vino; una ragazza fantastica, divertente, simpatica, bella. Vuole avere dei figli, forse potrebbe seguirmi dovunque vorrei andare, potrebbe anche far finta di divertirsi ad un concerto, potrebbe anche far finta che gli piacciano tutti i miei amici.

Lei è qui, che ti ascolta e si interessa di quello che dici, e alla fine sai che, se solo voleste, potreste ritrovarvi a fare l’amore sul divano nello stanzino ancora in disordine di là, lasciando tutti i vostri amici e la musica a fare da rumore di fondo in salotto. Sai che se facessi l’amore con lei forse potrebbe diventare di colpo tutto più intenso, emozionante, vivo.

Molte ragazze tendono a sottovalutare il sesso. I ragazzi lo fanno abitualmente, ma in un altro senso. C’è chi non dà molto peso al sesso e crede sia solo un ostacolo da superare; e ritarda o evita rapporti fisici con la persona che frequenta perché è troppo presto, e non sa se vuole farsi coinvolgere al punto di fare l’amore. Fai l’amore con chi già ami, è questo quello che credono.

C’è chi svaluta il sesso vedendolo come un divertimento fine a se stesso; come se non avesse nulla a che fare con i sentimenti. E se a volte può essere così, altre volte è più di un ago per materassi che ti attraversa il cuore.

Gli amori che ho visto fiorire più brutali e luminosi hanno un’arteria pulsante tra spirito e carne, che non si può mai recidere. Per me non può essere che così. Fai l’amore per scoprire chi ami veramente. E se non riesci ad amare nessuno, non ha alcun valore il sesso.

La verità è che senza amore io sono un soldatino di stagno vicino al fuoco del camino. So, ne sono certo, che lì fuori da qualche parte ci sono ragazze affascinanti e dolcissime, con occhi incantevoli e sorrisi che sciolgono; persone con cui passerei giorni interi a chiacchierare delle cose più stupide, con le quali arriverei all’alba senza rendermene conto parlando dei nostri ricordi più piccoli o dei nostri desideri più grandi; donne che saprei amare con tutto il mio corpo e farle ridere fino a far loro dimenticare tutti gli amanti precedenti. So che da qualche parte c’è almeno una ragazza che potrebbe rapirmi e distruggermi, e avere la clemenza di ricambiare il mio amore per tutta l’eternità che ci rimane.

Io so questo. Questa è la mia prima verità, quella che non nasce oggi e non muore oggi. Ma oggi non so più credere se riuscirò mai a incontrarla; non so più credere se sarò capace di riconoscerla, o di farmi rapire come le leggi della termodinamica sentimentale vorrebbero, o di rischiare di nuovo di lanciarmi senza paracadute su un campo di rasoi per cercare il mio ago da materasso in un pagliaio. L’ago con cui cucire a doppio filo il mio cuore con il suo, ventricolo per ventricolo, atrio per atrio, arteria per arteria, bacio per bacio, battito per battito, respiro per respiro.

Io non so se sarò più capace di cercarla. Io non so se sarò mai più capace di ritrovarla, quando la perderò. Io non so se sarò capace di riconoscerla. Io non so se avrò la forza di provare ad inseguirla mentre uscirà dalla porta del locale, e se io cercherò di nuovo di far finta che possa succedere qualcosa di magico e impossibile, oppure se farò finta che non sia successo niente, e che il mio cuore non stia battendo più forte.

La mia verità, per almeno un giorno, non è che l’amore non cresce sugli alberi, come si usa dire per intendere che non si trova facilmente ovunque; ma di certo l’amore non cresce su terra arida. Se non sarò più capace di innamorarmi non sarò più capace di vivere. Ma ogni inganno d’amore, ogni tentativo di autoillusione per testare nuovamente la mia capacità d’amare con uno spillo non fa che confondermi, farmi perdere fiducia, e far perdere di valore ai sentimenti che lascio seppelliti da troppo tempo ormai.

Era così facile e rassicurante essere ancora innamorato della stessa ragazza che ho amato per anni e che ho perso. Così facile e rassicurante… Ora qui fuori c’è solo una nebbia pazzesca; e ogni volto è confuso e coperto da una patina di incertezze e domande. Non so se saprò trovarti in questa notte. Ma ti prego, ti prego: se ti capita d’incontrarmi, e ti sembra di riconoscermi, anche solo di sfuggita, anche se hai dei dubbi, ti prego accendi una luce; accendi una luce, una grande luce arancione e calda, e io terrò gli occhi aperti più che posso, ed eviterò di seguire altri fuochi fatui, e cercherò solo il tuo segnale, come un faro.

Io per ora tengo accesa una sigaretta. E continuerò a fumare fino a che non ti troverò. Inconsapevole del fatto che forse è proprio il mio fumo ad infittire la nebbia.

[3 giugno 2012, 11:44]

St. Martin

Riprovo nuovamente a scrivere di getto direttamente sul sito di “About Life”. Sento che rischio ad ogni passo di perdermi, o semplicemente di dimenticarmi per un po’ di me, di cosa sono veramente, e faccio finta di lasciarmi correre su queste strade ricoperte di brina in cerca ancora inc erca in cerca ma io io ….

Basta solo aprire di nuova la bocca, e riprendere a volare, e volare è ad un battito d’ali di distanza. Volare è ad un battito d’ali di distanza…

Il paradosso di essere senza sapere di essere; il paradosso di chiedersi se c’è vita dopo la vita. E che senso può avere questa domanda? C’è chi cerca Dio nello scantinato dove ha messo le foto del battesimo. Posso dire tutto, posso finalmente dire tutto… ma ci sarà qualcuno disposto ad ascoltarmi? Sì, qualcuno ci sarà, ma bisogna dire le cose con ordine. Bisogna raccontare bene una storia per permettere agli altri di farne parte; un narratore onesto non manipola il racconto per far ballare i topi in fila dietro di lui; un bravo narratore intuisce cosa può essere frainteso e cosa rischia di disorientare. Ma poi… Ma poi, arriva un punto in cui tutto sale in superficie, e tutti i dettagli sono fondamentali, e tutti i dettagli, tutta la vita è nei dettagli, non puoi gettarli via, non puoi gettarli via…

Riuscirò a scriverlo. Riuscire a scrivere un romanzo che intrappolerà la mia anima e la frammenterà in un caleidoscopio con cui tutti potranno giocare. Io non diventerò mai vecchio; non supererò mai i quarant’anni.

A Sankt Martin prendo una fetta di torta gigantesca e un caffè. Guardo ancora i miei appunti sul gioco di Ur, lo schizzo del tavoliere da venti caselle con le scanalature, penso a quali segreti possa nascondere, conto le distanze tra le caselle con lo stesso simbolo, e mi chiedo se nasconda ancora qualcosa. E mi rendo conto di quanto mi abbiano sempre attratto le cose che non conosco, rispetto a quelle alle quali mi sono abituato. Le vette del Tessa sono incappucciate di neve; nel Friedhof dietro la chiesa di Sankt Martin c’è una pace sovrannaturale. Mi appoggio alla ringhiera dei gradini, in parte coperti di ghiaccio, che portano al livello superiore: un prato di erba di un verde pungente con solo una decina di croci di ferro nero con decorazioni laccate d’oro antico, una piccola cavità tonda scavata nella pietra da usare come aspersorio, gli aghi di pino ancora verdi sul fondo; la cupola a cipolla coperta di tegole rosse che si staglia sullo sfondo di montagne imbiancate e fronde d’alberi come disegni su carta da parati sullo sfondo di un salotto fine Ottocento gigantesco. Quanti passi per arrivare dalla credenza al divano. I nascondigli tra le sedie e il tavolo, la ricerca infinita delle biglie. Io sono qui: se qualcuno accendesse il GPS adesso vedrebbe un grosso spillo rosso che punta su: Pianeta Terra, coordinate 46.78436220567205, 11.227211952209473 – ecco, io sono qui: sono qui, mi vedete? Sono qui; sono esattamente qui.

Voglio farmi seppellire qui. Tra queste montagne. In questa pace assoluta. Voglio scomparire sotto questo prato verde abbagliante. Sotto questo ghiaccio, sotto questa neve. Voglio morire qui. E non credo che potrò lamentarmi di nulla quando avverrà.

Grazie a tutti. Vi amo.

Simone. 9 febbraio 2012, 19:11.